La complessità del senso
17 11 2019

Motherless Brooklyn – I segreti di una città

Motherless Brooklyn
Regia Edward Norton, 2019
Sceneggiatura Edward Norton
Attori Edward Norton, Bruce Willis, Bobby Cannavale, Dallas Roberts, Leslie Mann, Alec Baldwin, Gugu Mbatha-Raw, Willem Dafoe, Ethan Suplee, Michael K. Williams, Cherry Jones, Fisher Stevens, Dallas Roberts, Robert Wisdom, Josh Pais.

Uno dice “potrebbe capitare anche a me”: è per via della faccia del protagonista, un volto da uomo qualunque, preda di un destino professionale che sente improprio e gestisce a stento, difettoso  di nervi com’è (tic insistenti e a tratti vistosamente imbarazzanti) e con un carattere non proprio accomodante ma nemmeno da “duro” come si converrebbe a un segugio (detective) quale ne abbiamo saputi dalla letteratura anche noir. Insomma, c’è qualcosa che non quadra in questo Lionel Essrog che vediamo in Edward Norton, uscito dal romanzo di Jonathan Lewthem, “Testadipazzo”, e in visita di cortesia al cinema. Subito, la prima impressione è che valga molto il lavoro di situazione e ambiente: 1950, Brooklyn, auto d’epoca, sbattere di portiere, cappotti e cappelli, pistole, trappole omicide. Situazione dura e, di contro, approccio morbido, quasi sentimentale, anche un pizzico comico alla Stanlio e Ollio per la disinvoltura delle soluzioni dinamiche con cui i personaggi in scena si muovono e risolvono difficoltà quasi loro malgrado. Norton s’è preso anche la regia e sfoggia il contributo non da poco di un cast altisonante, con al proprio fianco star del peso di Bruce Willis, Alec Baldwin, Wilem Dafoe, Bobby Cannavale. Tutti bravi, tutti belli in costume d’epoca, perfetti nel carattere. Ma non autonomi davvero. I personaggi che formano l’intelaiatura del racconto, non vivono una loro vita, sono piuttosto al servizio dei tormenti di Lionel, il quale è mosso da un problema interiore, morale e sentimentale, più detto (con voce fuori campo) che vissuto per noi, nell’inquadratura. Gli fanno fuori l’uomo che lo ha da sempre appoggiato rendendogli, ridotto com’è, la vita possibile. Colpito da una pallottola al ventre, Frank Minna (Willis) fa in tempo a sussurrare all’orecchio di Essrog qualcosa che riguarda il proprio cappello. Vedremo poi che nascosto nella falda ci sarà un numerino piuttosto decisivo. Sarà Lionel a seguirne la traccia e tirare il filo non solo dei maglioni che indossa ma di tutta una vicenda di cui non aveva sospettato mai. Il tema sarebbe anche interessante, trattandosi degli intrallazzi senza prezzo umano circa il controllo politico dell’edilizia in una grande città dove tutta una vasta fascia di popolazione, scura di pelle, si sente discriminata. Baldwin fa la parte del “palazzinaro” (ci si perdoni il traslato romanesco del termine) approfittatore senza scrupoli, mentre a Dafoe tocca il ruolo di connettore degradato tra ambienti del potentato e esistenzialismo jazzistico. Sono i momenti in cui il protagonista si ritrova immerso nel sound di un be-bop (la tromba e Winton Marsalis) ancora una volta utilizzato per il suo valore metaforico, di musica ambiente, nei locali dove soprattutto i neri possono trovare sfogo ai propri disagi esistenziali. Nei decenni successivi, lo Swing si prenderà comunque la sua rivincita, levigando gli impressionismi in forme più elastiche e possibili. Del medesimo peso, meno drammatico di quel che ci si potrebbe aspettare nel contesto, è l’incontro di Lionel con la donna (Gugu Mbatha-Raw) che, coinvolgendolo anche sentimentalmente, gli permetterà di avviarsi sulla giusta strada nella soluzione dell’intrigo. Al dunque, la sostanza del contenuto perde di peso rispetto al vissuto emotivo del protagonista, lasciando lo spettatore in bilico anche per un tempo di finzione eccessivo. [Roma 2019, Selezione Ufficiale. Film di Apertura]

Franco Pecori

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7 novembre 2019