La complessità del senso
23 09 2018

A Beautiful Day

A Beautiful Day. You Were Never Really Here
Regia Lynne Ramsay, 2017
Sceneggiatura Lynne Ramsay
Fotografia Thomas Townend
Attori Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Kate Easton, Jonathan Wilde, Dante Pereira-Olson, Vinicius Damasceno, Silvia Pena, Frank Pando, Jason Babinsky.
Premi Cannes 2017: Lynne Ramsay sg., Joaquin Phoenix at.

Really Here, non c’è mai stata anche la scozzese Lynne Ramsay (E ora parliamo di Kevin 2011), ma è come fosse stata proprio lì, nel film, luogo del suo cinema. È un luogo misterioso, per quanto invece sia fisicamente presente, se non altro per il sonoro, molto aggressivo, che si prende il primo piano del film e non lo lascia mai nemmeno per un secondo. Il montaggio, a strappi, asseconda l’operazione espressionistica accentuando un andamento da stile “alto”, a contrasto verso la materia del referente, ruvida e “bassa”. Tratto dal romanzo di Jonathan Ames, A Beautiful Day è l’inverso del “tratto da una storia vera”, la “bella giornata” della Ramsay è davvero un momento brutto della vita. C’è qualcuno (molti?) che nasce vive e muore senza essersi mai accorto di niente, c’è qualcun altro che percepisce la vita, la assorbe anche non direttamente e ne coltiva i fantasmi per un immaginario che si sviluppa e si riproduce nella coscienza. Qualcuno è testimone della storia. La Ramsay regista è testimone del dramma moderno che ci portiamo dentro, coscienti o meno, moderni e postmoderni come siamo. Il racconto non è lineare perché da Joyce in poi non si può più. Ma i flash non sono servitori del thriller, né “rivelano” segreti imbarazzanti: semplicemente è la sincronia dell’esistenza, fotografata, rivelata (sviluppata, si poteva dire al tempo della pellicola) e montata nel personaggio. Joaquin Phoenix, giustamente premiato, si presta generoso, rischiando ad ogni taglio di misurare la propria fisicità con il sentimento intenso del personaggio. Altro che bella giornata, ogni momento segna la lotta della morale con la sostanza del fatto, senza un’impossibile scelta programmata. La storia si sviluppa a tentoni. Joe, corpo grosso, testa grande, barba e capelli incolti, ha fatto la guerra e campa di momento in momento, seguendo un istinto che lo porta a mercificare le “buone/cattive” azioni al servizio dell’occasione. Non si diverte, la metropoli (New York) non lo attrae, lo contiene. La vecchia madre (Judith Roberts), nella vecchia casa, trasogna per lui momenti spettacolari e forse perversi e Joe la asseconda, gioca come un film può giocare nella mente dello spettatore. E nella mente del protagonista si svolgono anche giochi terribili, improvvisi e ricorrenti, che lo rifanno bambino e lo maltrattano senza sosta. A tratti scatta così, improvvisa, l’azione brutale in cui difesa e offesa s’impastano incontenute, sbuffando come una vecchia locomotiva in salita. Joe allora si fa giustiziere, specie quando si tratta di tirar fuori dall’inferno ragazzine scaraventate nel sesso. Lontano però da qualsiasi altro Giustiziere, di quelli che stanno dalla parte della Ragione e dell’Ordine Sacrosanto. Joe sopravvive fin che può. L’ultima ragazzina (Ekaterina Samsonov) è la figlia di un senatore in campagna elettorale, una minorenne delicata e disponibile a un destino che la rintraccia e la risolve nel suo contrario, donandole quella frase angelica del finale, all’uscita di un inferno da cui forse non c’è salvezza.

Franco Pecori

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1 maggio 2018