La complessità del senso
24 08 2017

Lincoln

Lincoln
Regia Steven Spielberg, 2012
Sceneggiatura Tony Kushner
Fotografia Janusz Kaminski
Attori Daniel Day-Lewis, Tommy Lee Jones, Sally Field, David Strathairn, Jackie Earle Haley,  Joseph Gordon-Levitt, Gloria Reuben, Jared Harris, Lee Pace, James Spader, David Costabile, John Hawkes, David Strathairn, Gulliver McGrath, Hal Holbrook.
Premi Oscar 2013, Daniel Day-Lewis at.

Prima della pace, via la schiavitù dalla Costituzione americana. Il 16° presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, repubblicano, riuscì a realizzare il suo progetto il 31 gennaio 1865.  Il voto, per appello nominale: 8 astenuti o non votanti, 56 no, 119 sì. La maggioranza necessaria era di 2/3 del Congresso. Così passò il 13° Emendamento. Non sembrino aridi numeri. Furono il risultato di un lavorio politico duro e spinoso, con momenti anche drammatici per la sorte degli States, dilaniati dalla guerra civile appunto sul tema dell’abolizione della schiavitù. La lotta armata tra i Confederati del Sud e l’Unione del Nord si combatteva con ferocia, le vittime alla fine sarebbero state 600 mila. Sotto la questione “ideologica”, lo scontro era alimentato dalla paura dei bianchi di perdere gli averi e le tradizioni e di subire la vendetta dei neri. L’accanimento nei combattimenti è nelle prime sequenze del film che Steven Spielberg ha dedicato alla gloria di Lincoln a un secolo e mezzo dal suo assassinio e mentre Barack Obama, democratico, guida per la seconda volta l’America. Il londinese Daniel Day-Lewis (Il mio piede sinistro, Nel nome del padre, Gangs of New York, Il petroliere) dà alla mitica figura il volto di un uomo dal carisma vincente e dalla sensibilità spiccata per l’ideale di Giustizia in un quadro di tensioni sociali e politiche difficile da rendere chiaro. E Spielberg, nativo dell’Ohio –  regista di film di grande successo come Lo squalo, I predatori dell’Arca perduta, E. T. l’extraterrestre, Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan – ha risolto con equilibrio il problema di smonumentalizzare il personaggio mantenendone la sostanza civile. Il film ha il merito di restituire oggi importanza alla politica, in un momento di profonda crisi di stima verso funzioni che non siano direttamente legate alla mera dimensione oggettuale della vita. Ed era necessario entrare nel meccanismo anche non perfettamente limpido, all’interno del quale Lincoln seppe muoversi per acquisire i numeri (la decisiva campagna acquisti dei 20 voti mancanti) che segnassero il punto della svolta. Tra i momenti significativi della dialettica tra posizioni diverse all’interno dello stesso schieramento repubblicano, il confronto del Presidente con il più combattivo esponente dei “non moderati”, Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones). Lincoln lo esorta a non spaventare l’avversario con discorsi troppo spinti e usa l’esempio della bussola: «Se puntando al Nord vai avanti noncurante degli ostacoli e poi affondi nella palude, a che serve conoscere il Nord?». A tratti, il gioco si fa anche “sporco”, ma il comportamento del Presidente poggia su convinzioni profonde, come quella sull’uguaglianza e sulla giustizia. È un altro momento dialettico importante, risolto da Spielberg (e dallo sceneggiatore Tony Kushner) con un gustoso siparietto in cui Lincoln si ferma a parlare con i telegrafisti pronti a trasmettere i suoi messaggi e cita l’antico matematico greco Euclide: «Cose che sono uguali ad un’altra sono uguali anche tra loro». Lincoln è un uomo fermo nelle proprie convinzioni, asciutto nel parlare, a volte duro anche nei rapporti familiari più stretti, con la moglie Mary (Sally Field) e col figlio Robert (Joseph Gordon-Levitt), ma è un uomo che spende tutto di sé per ottenere il risultato che gli interessa e la sua politica riguarderà molte generazioni a venire, fino a noi. Il passaggio maggiormente problematico sulla via della soluzione antischiavista è dato da una scelta apparentemente “tecnica” ed è anche qui che si mostra la sapienza del regista. Certo le sedute infuocate in Parlamento sono più “facili” per lo spettacolo, ma chiarire la tensione tra due soluzioni contrastanti per le sorti del Paese, questo era il compito più importante. Il film ci fa capire bene la ragione del “puntiglio” di Lincoln circa la priorità della Giustizia rispetto alla cessazione della guerra. La scelta avviene quando l’arrivo dei commissari confederati che possono offrire la resa in cambio dell’abrogazione dell’Emendamento viene tenuto nascosto, in attesa del voto. La scansione delle giornate convulse, dall’inizio del gennaio 1865 al 31 del mese, quando arriva il successo in aula, è utilizzata da Spielberg non in modo diaristico ma per una suspense che lega “azione” e “idea” in una magistrale fusione dal ritmo interno incalzante, un andamento progressivo che non è fatto di movimenti di macchina né di effetti speciali bensì risponde a una logica riflessiva rispetto al metodo in questione. Nel sottofinale vediamo Lincoln a cavallo, in testa ad un drappello con portabandiera, muoversi nei pressi di Petersburg, in Virginia, fra cumuli di cadaveri e rovine belliche. Il massacro finirà presto. Finirà anche la vita del Presidente, assassinato il 14 aprile 1865 durante una rappresentazione teatrale dall’attore John Wilkes Booth (cfr. The Conspirator di Robert Redford, 2011).

Franco Pecori

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24 gennaio 2013