La complessità del senso
28 06 2017

Il racconto dei racconti

RACCONTO DEI RACCONTI SACIl racconto dei racconti
Regia Matteo Garrone, 2014
Sceneggiatura Edoardo Albinati, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Fotografia Peter Suschitzky
Attori Salma Hayek John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Piatoni, Giselda Volodi, Giuseppina cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, NIcola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacey Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa.

Matteo Garrone, regista scombussolatore di coscienze (L’imbalsamatore 2002, Gomorra 2008, Reality 2012), attinge a Giambattista Basile, autore di fiabe napoletano di altri tempi (1575-1632), rivolgendosi agli adulti di oggi (il pubblico “giovanile” non sembra nel progetto – ormai si usa la parola progetto per le attività anche minimamente studiate a tavolino e per lo più di scarso valore), possibilmente colti o comunque almeno in grado di non considerare la Divina Commedia un’opera elitaria. Le fiabe de Lo Cunto de li Cunti, più noto (si fa per dire) come Pentamerone, contengono un tesoro di mostruose meraviglie, Re e Regine, Principi e Principesse, Orchi e Streghe, Draghi e Pulci giganti, vecchie mutanti di pelle e artisti circensi, tutte figure intrise di paradosso morale, di contraddizioni consequenziali che vanno a formare un mondo dai cupi orizzonti. Il drago marino, poveretto, segue un destino malefico che lo consegna al buon fine genitoriale del Re (John C. Reilly), disposto all’eroismo fatale pur di donare in pasto alla sua consorte, Regina di Selvascura (Salma Hayek), il cuore del mostro. I vapori della bollitura produrranno l’attesa filiazione, però non di un maschietto bensì di due, Elias (Christian Lees) e Jonah (Jonah Lees), simili da non distinguersi e dal futuro in apparenza inseparabile. E invece il secondo, uscito dal grembo della “cuoca” sguattera e vergine (Laura Pizzirani), non farà che complicare i rapporti interpersonali e affettivi del principe erede, la cui madre incarna tutta la possibile ambiguità dell’amore familiare. Davanti alla scena del suo pasto fecondatore, con il cuore ancora sanguinante e grande come un cocomero, pensare tout court al genere horror cinematografico è quantomeno riduttivo. Diciamo che quella famigliola regale appare un po’ strana e alquanto allargata nei rapporti sessuali (non scopriamo tutto l’altarino) e l’istanza di maternità della Regina somiglia più che altro a una sottolineatura di certa ideologia della procreazione. Del resto, la seconda fiaba, in apparenza il racconto di una beffa subita dal Re di Roccaforte (Vincent Cassel), è soprattutto l’impietoso ritratto dell’ansia giovanilistica di tante donne ultramature, intente all’inganno della mutazione plastica. Il re, diciamo pure puttaniere dissoluto (ma lui con i suoi mezzi se lo può permettere), viene attratto dalla voce soave di una delle due vecchie sorelle, povere e sognatrici di lussi e di regali, abitanti in una povera casetta ai piedi del castello. Imma (Shirley Henderson) e Dora (Hayley Carmichael) sognano di vivere un momento di piacere a corte. La prima, più ardita, si aggiusta le grinze della vecchiaia e s’infila nel letto del re, ma viene scoperta e la sua fine sembra segnata. Tuttavia il bosco riserva sorprese. La terza fiaba è sugli animali domestici, quando la curiosità e l’attenzione per essi può provocare la perdita di equilibrio e l’offuscamento decisionale nella conduzione familiare. Il Re di Altomonte (Toby Jones) si fissa su una pulce cha ha catturato mentre ascolta la dolce melodia che sua figlia Viola (Bebe Cave) gli dedica in un concertino pubblico. L’animale cresce a dismisura, forse per l’affetto esagerato che il re gli riserva. Non ne resterà che la pelle. Quale migliore indovinello per gli aspiranti mariti di Viola? L’ironia della sorte (si dice così ma siamo anche noi i responsabili del nostro destino) vuole che a vincere la gara sia l’Orco (Guillaume Delaunay). Ma vedrete che la dolce figlia del re saprà come cavarsela, un tocco e via, con l’aiuto degli artisti circensi, presenti sin dall’inizio nella cornice apparentemente ridanciana della rappresentazione. Fluidità nel racconto, omogeneità nella raffigurazione del mondo seicentesco, rispetto per la storia popolare e dignità dell’immagine formano l’insieme estetico del film, in cui Garrone mostra la consistenza analitica delle condizioni storiche dell’essere e del rappresentare. Nessuna illusione, da parte nostra, che i pochi accenni alla sostanza del contenuto possano venire tradotti nella forma del contenuto senza la visione del film, momento indispensabile per il giudizio sull’opera. Ma insomma, altro che fiabe per bambini! L’invito è a tutti i contemporanei, ché provino una volta a osservarsi e a scoprire le verità nascoste della propria situazione. Magia o realtà, fiaba o documento, soltanto le differenze cinematografiche possono fare il genere. Fantasy-horror? Ma sì, certo. [In concorso al Festival di Cannes 2015]

Franco Pecori

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14 maggio 2015