La complessità del senso
19 11 2019

Non ci resta che il crimine

Non ci resta che il crimine
Regia Massimiliano Bruno, 2018
Sceneggiatura Massimiliano Bruno, Nicola Guaglianone, Andrea Bassi
Fotografia Federico Schlatter
Attori Marco Giallini, Alessandro Gassman, Edoardo Leo, Gian Marco Tognazzi, Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno.

Bei tempi, quando si entrava nell’armadio o nella cavità di un albero e ci si ritrovava in un mondo di favola. L’arte di arrangiarsi non era in tema. Oggi, gli autori di cinema sembrano spinti da un’indicibile necessità di stare al passo con i tempi (grami). Sul fondo di certe trovate creative stagna l’arguzia dell’invenzione cacciatrice di novità. Per questo “Crimine” di Massimiliano Bruno si dovrebbe addirittura pensare a I soliti ignoti, ma per fortuna una soggezione culturale (sacrosanta) deve aver impedito di oltrepassare la soglia della timidezza. Gli scrittori del film (duo non immemore del “botto” ottenuto con Lo chiamavano Jeeg Robot), accettata l’autorevole proposta del regista Massimiliano Bruno, hanno pensato bene di restare al concetto del miscuglio di generi, commedia e action-movie con appena un velo di fantasy, ma proprio un velo. Troisi e Benigni (Non ci resta che piangere) non c’entrano, nonostante l’orecchiabile titolazione. Se mai, anche perché molto più facile, un colpo di gomito può arrivare da Romanzo criminale, purché nei limiti di una virgolettatura tipologica e, al massimo, per scelte di fattura tecnica scopertamente stilistica. Più specifica, ma soltanto per la meccanica narrativa, l’etichetta di Ritorno al futuro. Il “viaggio” tocca a tre “poveracci” della Roma odierna, immersi fino al collo nell’angoscia di una quotidianità di false ambizioni e di miserie vere. Moreno (Marco Giallini), Sebastiano (Alessandro Gassman) e Giuseppe (Gianmarco Tognazzi), sotto la guida ottimistica del primo, il quale promette ad ogni momento di trovare il modo di “fare soldi a palate”, si preparano a mettere in atto nientemeno che una riproposta “in costume d’epoca” dei momenti che a Roma esaltarono le gesta della famigerata banda della Magliana. Ed eccole in forma smagliante, le tre “guide” turistiche si aggirano per Roma sembrando personaggi “veri” dei primissimi anni ’80. Pensano a un’attività di “promozione”  e ci viene in mente che la trovata, in fondo, non si discosta molto da quella dei finti “centurioni” attorno al Colosseo. In un certo senso, Moreno Sebastiano e Giuseppe sembrerebbero poter chiedere al monumento famoso per le attività che vi si svolsero nell’antichità (fu inaugurato dall’imperatore Tito nell’80 d.C. e nel 1980 fu inserito dall’Unesco nella lista dei Patrimoni dell’umanità) un ruolo di referenza paragonabile a quello della gestione malavitosa della capitale italiana a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Una lezione di storia? Fatto sta che il terzetto dei “poveracci” – li chiama così un quarto loro amico d’infanzia, Gianfranco (interpretato dallo stesso regista). ora “sistematosi” alla grande – ha appena mosso i primi passi per i luoghi battuti a suo tempo da Enrico De Pedis, detto Renatino (Edoardo Leo), e dai suoi mafiosi, quando interviene un marchingegno del montaggio e veniamo insieme a loro trasferiti indietro nel tempo, fino al 1982, anno dei Mondiali in Spagna. Il momento fu trionfale per la nazionale italiana di calcio e per la tripletta di Paolo Rossi al Brasile. I nostri eroi si trovano ora con il vantaggio di conoscere in anticipo fatti e realtà che per loro appartengono al passato mentre per tutti gli altri sono il presente e, man mano, sono anche il futuro sconosciuto, prossimo e meno prossimo. Giuseppe, il quale ricorda a memoria i risultati delle partite di quei Mondiali, accumula “autorevolezza” negli ambienti delle scommesse e soprattutto, sulle prime imbarazzatissimo, entra nelle stime di Renatino in persona. A questo punto, il motore del film subisce un ingolfamento, le trovate divengono prevedibili e la strana commedia fa fatica a mantenere la sua intelligente gradevolezza. Gli attori, nel complesso, rispettosamente si piegano alle esigenze della “macchina”, la suspence si attenua. I più bravi a difendersi dalla “trovata” sono Tognazzi, il quale riesce a dare al suo personaggio una certa articolazione, e Leo, nella parte di un cattivo non strettamente convenzionale. Ilenia Pastorelli è la Donna del Boss. Impone la sua attraente presenza e non rinuncia alle caratteristiche di “semplicità” comunicativa già confermate con la Alessia di “Jeeg Robot” e con la Luna di Benedetta Follia.

Franco Pecori

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10 gennaio 2019