La complessità del senso
27 06 2017

Noi siamo infinito

The Perks of Being a Wallflower
Regia Stephen Chbosky, 2012
Sceneggiatura Stephen Chbosky
Fotografia Andrew Dunn
Attori Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller, Mae Whitman, Kate Walsh, Dylan McDermott, Melanie Lynskey, Nina Dobrev, Johnny Simmons, Paul Rudd, Erin Wilhemi.

L’elemento meno interessante del film è la “spiegazione” del disagio e del disturbo che impedisce al protagonista di vivere serenamente la sua vita di studente al primo anno delle superiori e anche la sua vita affettiva, in famiglia e nel contesto scolastico. Stephen Chbosky, scrittore statunitense (Pittsburgh, 1970) autore del romanzo epistolare, cult tra i giovani, The Perks of Being a Wallflower (Ragazzo da parete), ha trasferito egli stesso sul grande schermo la figura di Charlie (Logan Lerman, Quel treno per Yuma, Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo: il Ladro di Fulmini, I tre moschettieri). Chbosky, il quale è anche regista di successi televisivi, conosce la differenza tra i linguaggi e non ha potuto direttamente tradurre in cinema le sfumature né le complessità di senso del suo libro. Del resto, il problema è comune a tutti i “trasferimenti” tra forme diverse. Ma qui nel film appare con maggiore evidenza la relativa inutilità della motivazione psicologica del comportamento di Charlie e delle difficoltà che il ragazzo incontra nell’esprimere le proprie inclinazioni di crescita sentimentale e intellettuale, tanto che, quando la regia passa concretamente a “mostrare” quelle ragioni (che non riveliamo) con flash sempre più insistenti riferiti all’infanzia del personaggio, il racconto subisce un netto calo d’intensità e si piega ai trucchi convenzionali come gli inserti di visione “interiore”, al cinema sempre inadeguati.  Tutto ciò è più vero in quanto il film, prima della fase esplicativa, aveva già prodotto una più che apprezzabile densità di senso col semplice metodo della contiguità, accostando le sequenze descrittive del quotidiano di un gruppo di amici che frequentano il triennio superiore, le loro tendenze, le ansie, le necessità di crescita, la ricerca di affinità, la formazione e il consolidamento dei caratteri, gli aggiustamenti delle scelte attrattive, l’iniziazione alla pratica sessuale. Chbosky aveva mostrato di trarre il giusto vantaggio dalla conoscenza – diremmo coscienza – profonda del contenuto, avendolo elaborato già per il romanzo; ed era riuscito a dare una sensazione abbastanza precisa anche del contesto più largo, anche se nel film non si vede, intendiamo la sfera degli anni ’90 (il racconto è ambientato nel 1991), incipienti e quasi minacciosi per il futuro di una generazione senza molte speranze. Vi era riuscito semplicemente tagliando e montando le scene di vita con discrezione poetica, lasciando ai personaggi la necessaria libertà di movimento, facendoli crescere appunto secondo la loro dinamica interna, rispettandone le ragioni e le singole storie. Sicché, perfino Emma Watson riusciva a non essere più la Ermione Granger di Harry Potter e a vivere una sua problematica di ragazza prospettica, di nome Sam. Le timidezze di Charlie, più giovane di due anni rispetto agli amici che lo accolgono nel gruppo – c’è anche il bravo Ezra Miller (E ora parliamo di Kevin) nei panni di Patrick, fratellastro gay di Sam -, bastavano “in quanto tali” a trasmetterci la sensazione, vaga e netta insieme, estetica, di un difficile ingresso nel mondo adulto, non più vero né più falso e tuttavia altrettanto problematico nelle sue sfumature correlative. E alla fine, il quadro di una società che cerca la propria evoluzione, pur dentro una fitta rete di impedimenti ed equivoci da sciogliere, lasciava ai ragazzi – Charlie compreso, con i suoi problemi individuali e profondi – la libertà di un paradosso da scontare, di un tunnel da attraversare, nella gioiosa certezza di un avverarsi possibile. Sarebbe stato un miracolo dell’ambiguità che nasceva da un film capace di restituire allo spettatore la protesta, intima e indefinita quanto certa di una propria verità, proveniente da un’epoca ancora vicina eppure così irrimediabilmente passata. Intima, abbiamo detto, ma non certo “segreta” e comunque non risolvibile soltanto in chiave analitica. La lettera che il protagonista scrive confessando i suoi turbamenti è indirizzata noi, noi che veniamo dopo e che potremmo imparare, come lui, a muoverci nel nostro “infinito”. Non importa se abbiamo avuto o no gli stessi problemi d’infanzia di Charlie.

Franco Pecori

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14 febbraio 2013