La complessità del senso
27 09 2020

Vulnerabili

Espèces Menacées
Regia Gilles Bourdos, 2017
Sceneggiatura Michel Spinosa, Gilles Bourdos
Fotografia Mark Lee Ping-Bin
Attori Alicee Isaaz, Vincent Rottiers, Damien Chapelle, Brigitte Catillon, Alice de Lencquesaing, Éric Elmosnino, Grégory Gadebois, Suzanne Clément, Carlo Brandt, Agathe Dronne, Pauline Étienne, Frédéric Pierrot, Micha Lescot, Christa Théret.

Amore e dolore, anche morte in agguato sulla storia di famiglie dei nostri tempi, nuclei non definiti, sfrangiati e squilibrati rispetto al quadro tradizionale, faticosamente resilienti alla compattezza della morale consacrata. Destini in bilico anche sul filo dei generi, commedia, dramma, thriller, in una scrittura cosciente dei limiti dello “svago” nel panorama espressivo esteso al di là della provincia, oltre il continente, dove la vulnerabilità dei singoli s’intesse nella fragilità della convenzione e non lascia scampo al prefabbricato degli intrattenimenti. Il francese Gilles Bourdos (Nizza, 1963) pesca nei racconti del georgiano Gilles Bourdos (1945), romanziere e poeta stabilitosi in California, estraendone soprattutto un’attitudine all’indagine delle contraddizioni nei nuclei famigliari. L’intreccio diegetico (non solo narrativo) di  tre situazioni non suggerisce però il “pacco” del film corale, restando invece nella costrizione di storie singole, le quali non si ricompongono in un unico “suggerimento” e rifiutano la confezione nell’ordine stereotipo. Joséphine (Alicee Isaaz) e Tomasz (Vincent Rottiers) passano una prima notte di nozze non tranquillissima. La suspence che li riguarda invaderà tutto il film, fino al finale  aperto. Tra loro, un retroterra famigliare di tensioni destinate a farsi sentire presto, anzi subito. Amore e violenza si alimentano in un contesto di affetti pregiudizievoli che cercano invano soluzioni nei dislivelli caratteriali e sociali, psicologici e culturali. Altro caso è quello di Anthony (Damien Chapelle), studente universitario prigioniero di una timidezza radicata nella crisi tra i genitori. La madre (Brigitte Catillon), lasciata dal marito per una donna più giovane, è da clinica psichiatrica. E a proposito di dislivelli generazionali, una terza vicenda è di Melanie (Alice de Lencquesaing). La ragazza è nell’imbarazzo di dare al padre (Éric Elmosnino) la notizia di essere in attesa di un figlio e di voler sposare il compagno, un uomo di 63 anni, suo professore di Storia contemporanea. Le tre storie restano chiuse in se stesse, senza espliciti riferimenti a condizioni “esemplari”, il che non significa un’estraneità contestuale. È anzi proprio l’autonomia della loro carica drammatica a configurare uno sguardo narrativo unitario, non prescrittivo. La coerenza del racconto s’impone nel farsi cinema (decisiva la qualità delle interpretazioni), in un set “indicativo” di circostanze, secondo una “discrezione” che non resta sulla carta. [in concorso a Venezia 2017, sezione Orizzonti]

Franco Pecori

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9 luglio 2020