La complessità del senso
16 10 2017

Sole cuore amore

Sole cuore amore
Regia Daniele Vicari, 2016
Sceneggiatura Daniele Vicari
Fotografia Gherardo Gossi
Attori Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi, Chiara Scalise, Giordano De Plano, Paola Tiziana Cruciani, Noemi Abbrescia, Marzio Romano Falcione, Ines Tocco.

Situazione e poesia. Daniele Vicari punta l’obbiettivo sulla quotidianità della gente normale, quella che oggi fa fatica a vivere il mese, per mancanza di lavoro e di soldi ma anche per le condizioni sociali. E però non siamo nello stereotipo del “tratto da una storia vera”, grazie alla scelta di gestire il racconto privilegiando, per la produzione del senso, i momenti di “nascita” della metafora. La linearità/semplicità delle sequenze non deve trarre in inganno, la ripresa è attenta – limpida la fotografia di Gherardo Gossi – specificamente a cogliere i tempi in cui la situazione vive di vita propria, secondo la lezione primaria del cinema-novità, in cui l’inquadratura (durata tra uno stacco e l’altro) ha il respiro vitale della riflessione proprio mentre si attiene al “fatto”. Cinema moderno. A veder bene, non siamo poi tanto lontani da Diaz (2011), film troppo facilmente scambiato per “reportage”. Le situazioni di Sole cuore amore sembrano essere due, ma la vita di Eli (Isabella Ragonese) e di Vale (Eva Grieco) è una sola, le due donne soffrono di delusioni e godono di soddisfazioni complementari, fatte di sopravvivenza pura e semplice e insieme di tensioni complesse e in parte inespresse. È anche la bravura delle due interpreti (la Ragonese con intenzioni più esplicite, la Grieco più contenuta) a sostenere la pregevole caccia alla volgarità, che il regista persegue evitando passo-passo i trabocchetti del già visto. Moglie di un uomo eternamente disoccupato (Mario/Francesco Montanari) e madre di ben quattro figli, Eli non smette di impegnare la sua simpatica energia dietro il banco di un bar, al servizio di un padrone, “umano” all’apparenza ma rigido nella difesa del proprio profitto. Due ore ogni volta per raggiungere il lavoro con i mezzi pubblici (un mondo – bus e metro – che la cinepresa evita di cogliere con approssimazione generica). Man mano vediamo e sentiamo crescere lo stress alienante e anche fisico che porterà la donna a un finale drammatico quanto ineluttabile. Viene in mente Antonioni per la incomunicabilità (che non è incomprensibilità) della situazione. Mentre la barista fa i cappuccini, l’altra donna, Vale, danza in discoteca e in occasionali eventi artistici, da appassionata performer, in coppia con un’amica di cui avverte un’attrazione non risolta. Le sequenze di danza segnano l’inespresso quanto congiungono i sentimenti all’”impossibile” pratica della vita difficile ed è qui che Eli e Vale vanno a formare le due facce di una medaglia di cui quasi mai nella pratica quotidiana ci si accorge. Vale, vicina di casa, aiuta a tenere i bambini nei momenti di maggiore difficoltà di Eli, ma non è tanto questa spontanea generosità a collocare i loro destini nel medesimo film, è più importante l’incrocio che avviene di sera, quando Eli torna stremata dal lavoro e Vale esce per darsi alla sua arte. È una situazione, è il confine indicibile che unisce e separa il cinema dalla “realtà”, come la fatica del vivere imprigiona le storie minime di milioni di persone sconosciute. Certo non tutto è perfetto in questa coraggiosa prova di Vicari, forse qualche “naturalezza” di troppo finisce per intaccare la ricchezza della metafora complessiva, ma sostanzialmente la tensione non viene meno, proprio in contrasto con la provocatoria scelta del titolo. Il richiamo alla canzone sempliciotta e leggera (ma anche qui c’è l’altra faccia, la colonna del jazzista Stefano di Battista) di Valeria Rossi, Tre parole: Dammi tre parole, sole cuore amore (2001), è la dichiarazione di resa necessaria e la vittoria altrettanto indispensabile nella lotta quotidiana per essere nella storia. Non la “storia vera” dei documentari e dei telegiornali, ma la poesia del vivere e del morire nella prigionia degli egoismi imposti.

Franco Pecori

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4 maggio 2017