La complessità del senso
18 12 2018

Seguimi

Seguimi
Regia Claudio Sestieri, 2017
Scenaggiatura Claudio Sestieri, Patrizia Pistagnesi, Nicola Molino
Fotografia Gianni Mammolotti
Attori Angelique Cavallari, Maya Murofushi, Pier Giorgio Bellocchio, Antonia Liskova, Marina Esteve, José María Blanco.

La lentezza, tema di fondo. Non quella dei treni né degli aerei, né delle astronavi: è in gioco il respiro dell’arte, il suo tempo “interiore”. Trasformato in figura, quel respiro è il tratto espressivo che ci riferisce, ci racconta o comunque necessariamente traduce per noi momenti della vita interna – quando traduciamo impulsi e sensazioni relazionali in oggetti “leggibili” – e convenzionalmente parrebbe spesso doversi prendere un tempo esteso, uno spazio di scorrimento “intensivo” nella durata. Per il cinema, viene da pensare agli anni Settanta, non perché Antonioni (un nome su tutti) non si sia espresso nel decennio precedente, ma perché la scia manierista e degradata prodotta dal suo cinema (ben fuori dalla poetica del livellamento ontologico della “realtà”) si fece vistosa col passare del tempo. I nuovi autori sembrarono avvertire il bisogno di sottolineare una capacità del cinema di rendere percepibile in modo specifico il non dicibile, il non obbiettivabile. Col tempo, fino a giungere al Fantasy, quel tipo di problematica venne meno. Riemerge però a volte dal patrimonio di autori che in qualche modo sembrano averne conservato memoria, sia pure una memoria rifiltrata attraverso accadimenti (estetici) tsunamici che ne hanno trasfigurato quasi totalmente il senso. A vedere Seguimi di Claudio Sestieri, regista di formazione radiotelevisiva e passato poi per Locarno e Venezia senza quasi lasciare traccia (Dolce assenza 1986, Barocco 1991), basterebbe fermarsi alle prime sequenze, dove appunto “Interno è Lento”. Sestieri abbandona il Sociale (Infiltrato 1996) e la Psicosuspence (La strada segreta 1999) e imbocca il tunnel dell’Inesprimibile. Il tempo non vorrebbe essere misurato, l’immagine passa con riluttanza. Marta (Angelique Cavallari), tuffatrice olimpionica in piscina, guardando nel vuoto si getta in un tuffo ardito. Siamo dentro di lei, ha inizio un viaggio che richiede fiducia: spettatore, abbi fede e lasciati trans-portare in un’attrazione estatica, non dare retta se senti bussare alla videoporta richiami forti abbastanza per distoglierti dall’Arte e deboli quanto basta per trascinarti giù nella banal-fruizione; evita la trappola, distogli lo sguardo e segui magari un tuo tempo, una tua esperienza che sappia tenerti fuori dal “falso movimento” che ti si propone. Spettatore adulto, non ancora rimbambito dai rifacimenti trionfanti del post-postbotteghinaggio, non ci cascare: quella tuffatrice che improvvisamente si ritrova a Matera per vendere la casa del padre la cui morte l’ha sorpresa – colpevole una sorella che per fatti suoi l’ha voluta ancora una volta tener fuori da una grande perdita, come già per la scomparsa della loro madre –  è solo una figura, nient’altro che la finzione letteraria di un corpo in cerca di dimensione. Tranquillo, spettatore: fenomenologie le più varie confluiranno lentamente e prevedibilmente in scene trasognate non senza “realismo” (quel tanto di cui il cineocchio ha bisogno per la propria vanitosa credibilità), non senza “omoerotismo” – qui specialmente, nei corpi di due donne che insieme corrono lungo il nuovo mainstream del come dev’essere secondo aspettativa, può darsi l’abisso della distanza tra script e immagine, problema fondante dell’evoluzione filmica – e con fughe nella letteratura di supporto. In parallelo (il tempo non si è fermato, è fermo), l’angoscia di un pittore “maledetto” (Pier Giorgio Bellocchio), indeciso tra ritrattistica e appunti poetici scritti, s’intromette nell’immaginario della tuffatrice, sì quella dell’inizio, la cui sensibilità (vogliamo dire così?) estetica è già influita da Haru (Maya Murofushi), soggetto/fruitrice/ammiratrice del ritratto che la rappresenta in una mostra il cui allestimento potrà risultare paradosso fatale, Stendhaliano, determinante per la catartica con-fusione di immagini-enti sovrapposte. Niente paura, spettatore, se anche ti venga in mente di poter immaginare di meglio ripensando a una memoria nipponica conosciuta o magari soltanto intravista nel mezzo del tuo cammino.  Non ti annoiare, sarebbe una tua colpa.

Franco Pecori

 

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22 novembre 2018