La complessità del senso
17 12 2017

Moonlight

film_moonlightMoonlight
Regia Barry Jenkins, 2016
Sceneggiatura Barry Jenkins
Fotografia James Laxton
Attori Naomie Harris, Mahershala Ali, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Alex R. Hibbert, Jaden Piner, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Tanisha Cidel, Herveline Moncion, Don Seward, Larry Anderson, Fransley Hyppolite, Stephon Bro.
Premi 2017 Golden Globes: film drammatico. Oscar: film, Mahershala Ali atnp.

Dal Telluride Film Festival (Colorado) e poi dai festival di Toronto e di New York arriva in Italia, scelto per aprire la Festa del Cinema di Roma 2016, il terzo film di Barry Jenkins, dopo My Josephine (2003) e Medicine for Melancholy (2008), già nominato per tre Independent Spirit Awards. Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, Moonlight attrae emotivamente lo spettatore nella prima parte e suscita qualche perplessità avviandosi verso un lungo finale un po’ scontato, sia nel tessuto narrativo sia nella rappresentazione scenica e nella stessa iconologia delle immagini. Siamo nella periferia di Miami, frequentata da spacciatori e dai loro clienti più o meno occasionali, i bambini crescono in balìa del loro destino, nella mescolanza di non troppo ingenue spontaneità e di poco salutari contiguità. Subito in primo piano la figura del protagonista. Chiron ha nove anni e la pelle nera (Alex R. Hibbert), i compagni di scuola, suoi simili, lo chiamano Little e lo prendono continuamente di mira, rincorrendolo minacciosi per tutto il quartiere. Il piccolo si rifugia in una solitudine difensiva e nel mutismo, tornare a casa per lui è sempre più difficile, la madre (Naomie Harris) è tossicodipendente e tenta invano, da sola, di dargli un’educazione “normale”. L’unico possibile amico sembra essere il coetaneo Kevin (Jaden Piner), con lui è quasi piacevole fare la lotta.  Un giorno, quasi gattino randagio, Little viene trovato da Juan (Mahershala Ali), boss dello spaccio, omaccione dall’apparenza buona, il quale lo affida alle cure della propria ragazza, Teresa (Janelle Monáe). Le sequenze dei primi incontri offrono momenti di poesia anche cinematografica, con Juan che insegna a nuotare al piccolo, attendendo pazientemente che si sblocchi dal mutismo e prenda fiducia verso quella che sembra poter essere quasi una nuova famiglia. A tavola, una volta, Chiron domanda a Juan e Teresa il significato della parola “frocio”. «Lo capirai più avanti» è la risposta. È trasparente la sensibilità estetica del regista nel condurre le riprese, viene da pensare per un certo verso alla maestria dell’inarrivabile Vittorio De Sica. Poi il piccolo cresce e, da ragazzo, il volto di Chiron viene segnato dalla violenza di un gioco crudele, non estraneo quel Kevin (Jharrel Jerome) che gli era sembrato l’unico possibile amico. Il protagonista deve affrontare il passaggio più critico della sua spiccata precarietà sentimentale, una sera con quello che egli stesso chiamerà «un unico tocco», una sera con la magia del vento profumato da una sigaretta speciale tirata insieme a Kevin. Ora il racconto subisce una brusca sterzata in zona stereo, retroproiettando sulla tensione del film un’istanza di “destinazione nota” che la pregressa poesia non avrebbe meritato. Arrestato per la reazione alla violenza subita, Chiron scompare per riapparire di netto, col nome di Black (Trevante Rhodes) come l’ennesimo giovane boss arricchito dallo spaccio. Riceve una strana telefonata. È nientemeno che Kevin (André Holland), pacioso cuoco in un ristorante lontano. I due romantici ragazzi si ritrovano, non sanno che dire, imbarazzati e contenti nel ricordo di quell’«unico tocco». Il segno di Barry Jenkins è dell’artista alla ricerca di una necessaria maturità, di un giusto equilibrio tra istanza di sincerità culturale e pericoli di un ripescaggio opportunistico nell’immaginario di “parole” attuali, identità, appartenenza e via dicendo.

Franco Pecori

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16 febbraio 2017