La complessità del senso
07 12 2019

Light of My Life

Light of My Life
Regia Casey Affleck, 2019
Sceneggiatura Casey Affleck
Fotografia Adam Arkapaw
Attori Casey Affleck, Anna Pniowsky, Elisabeth Moss, Tom Bower, Hrothgar Mathews, Timothy Webber, Thelonius Serrell-Freed.
Dad e Rag, padre e figlia undicenne (Casey Affleck e Anna Pniowsky), vivono nascosti, cercano salvezza nel mondo residuo dopo il male che ha eliminato quasi tutto il genere femminile. Gli uomini rimasti rappresentano un pericolo terrificante per la bambina, Dad la tiene con sé nei boschi e in luoghi appartati, vivono sotto una tenda sempre pronti a l’allarme rosso. Il tempo scorre per loro in un isolamento “pedagogico”, il sapere arriva a Rag dalle parole di Dad e da qualche lettura fatta negli anni precedenti. Il padre racconta alla piccola storie ricche di metafora, come tutte le storie che i bambini amano ascoltare dalla mamma e dal papà prima di dormire. La mamma di Rag, Tom (Elisabeth Moss) è morta a causa dell’epidemia quando la neonata non poteva ancora memorizzarne la figura. Ne vediamo qualche immagine in rapidi flash che sovvengono a Dad in certi momenti dell’avventura: “un’avventura d’amore”, l’avrebbe chiamata Tom. Vagolando per il paesaggio segnato dall’abbandono e dall’incognita minacciosa di possibili incontri con uomini aggressivi, Rag cresce, acquista coscienza, tende alla giusta autonomia, comincia a non sopportare il mascheramento maschile al quale Dad la costringe per proteggerla. Sul filo della suspense ambientale e psicologica, si sviluppa un racconto a valenza anche fiabesca, in cui resta presente la tensione tematica che già aveva dato vita al film di Kenneth Lonergan, Manchester by the Sea. Affleck, allora soltanto da attore, vi aveva ben sostenuto la parte di un tutoraggio verso il nipote sedicenne, compito accettato inizialmente non proprio per scelta. Qui il tema pedagogico è carico di una densità affettiva ben più emozionante e complessa sul versante anche morale. Il peso di un equilibrio emotivo in evoluzione, della conquista di un’autonomia psicosentimentale e della speranza di un mondo nuovo in cui non siano più necessari “bunker per le donne”, cade principalmente sulla bambina che sta per divenire giovane donna. Anna Pniowsky è bravissima nel mantenere l’interpretazione al di qua dell’espressione “drammatica”, fornendo allo spettatore la giusta misura per una lettura del senso non troppo emozionale. Il merito è ovviamente anche della regia di Affleck, alla seconda prova dietro la cam, dopo il (finto) documentario su Joaquin Phoenix (Io sono qui 2010). Si nota, come limite, una certa renitenza a entrare “nella stanza degli accadimenti”, come per ritegno, o paura, di compromissioni spettacolari generiche, oppure “realistiche”. Del resto, il film ne acquista in allusività tematica. E non è da trascurare un certo “respiro” vitale, che traspare soprattutto nella prima metà, dove le inquadrature rilasciano un senso di “presenza” del set, raro nel cinema degli ultimi anni. Alla fine, resta il sacrificio del padre e la fiducia da avere in Rag, la fanciulla che sarà ragazza in un mondo nuovo, tornato “a posto”, equilibrato. Se lo raccontiamo ai nostri piccoli, vorranno sapere il come. [Festa del Cinema di Roma 2019, Alice nella Città, Panorama Internazionale, Apertura]

Franco Pecori

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21 novembre 2019