La complessità del senso
17 12 2017

Il figlio dell’altra

Le fils de l’autre
Regia Lorraine Lévy, 2012
Sceneggiatura Nathalie Saugeon, Lorraine Lévy, Noam Fitoussi
Fotografia Emmanuel Soyer
Attori Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk, Mehdi Dehbi, Areen Omari, Khalifa Natour, Mahmud Shalaby, Diana Zriek, Marie Wisselmann, Bruno Podalydès, Ezra Dagan, Tamar Shem Or.

Il sangue e la storia. Il sangue. La visita per la leva militare, riserva a Yacine (Mehdi Dehbi) una sorpresa: il suo gruppo sanguigno è A- ed è incompatibile con quello dei genitori, Orith (Emmanuelle Devos) e Alon (Pascal Elbé), i quali hanno A+ entrambi. Si viene a sapere che dopo il parto vi fu uno scambio di neonati. Il vero figlio di Orith e Alon è Joseph (Jules Sitruk), allevato da una coppia di stranieri. La storia. Stranieri è dire poco, in realtà i genitori di Yacine sono Leïla (Areen Omari) e Saïd (Khalifa Natour), una coppia di palestinesi che vivono al di là del muro “di separazione” (“di sicurezza”, per gli israeliani) dalla Cisgiordania, fatto costruire da Ariel Sharon nel 2002. Siamo a Tel Aviv. Yacine è appena tornato da Parigi, dove ha studiato e conseguito il diploma delle superiori. Studierà medicina. Attendevano il suo rientro in famiglia anche la sorellina Amina (Diana Zriek) e l’altro fratello, quasi coetaneo, Bilal (Mahmud Shalaby). La novità è sconvolgente per tutti. Si tratta di cercare una soluzione a un problema delicatissimo sotto vari punti di vista. La storia ha strutturato la mentalità dei due padri in maniera decisamente opposta e non è questione soltanto di opinioni, ma di sentimenti profondi, ormai radicatisi purtroppo sulla base di uno stato di “guerra” pluridecennale, con migliaia di morti. Bilal, alla notizia che Yacine è arabo, ha una reazione di rigetto. Tocca alle madri pescare nel profondo dei sentimenti e recuperare non solo una dignità civile dei rapporti bensì le ragioni umane, intime e positive, di una coesistenza necessaria. Confrontandosi “a specchio”, i due ragazzi sono i primi a sentirsi fratelli, vedono essi stessi le differenze l’uno rispetto all’altro, dovute alla diversa educazione ricevuta nei due contesti socio-culturali – e brava la regista a mostrarci i due ritratti senza sottolineature facili. Ma sono soprattutto le due donne a far valere la loro maggiore disponibilità all’incontro e il desiderio di non perdere l’affetto per i due ragazzi, che considereranno comunque figli propri, in una strana e ideale nuova prospettiva storica, un disegno non studiato a tavolino e nato dall’occasione concreta. Vi sono momenti di speciale sensibilità, che Lorraine Lévy – regista e sceneggiatrice teatrale e televisiva, ora al suo terzo lavoro cinematografico (i primi due non sono arrivati in Italia, La première fois que j’ai eu 20 ans 2005 e Mes amis, mes amours 2008) – offre allo spettatore con delicata discrezione, sorretta dalla bravura degli interpreti e dalla giusta “semplicità” della struttura narrativa. D’altra parte, è nella netta circoscrizione dello scenario che il film trova  il suo limite, ritagliando – come fa – la complessa tematica sottostante sul tracciato stesso del muro. Emozionanti i passi notturni di Alon lungo il confine innaturale per cercare Yacine, figlio ormai non più israeliano, ma proprio quel muro indica forse anche il progetto per un altro film da fare.

Franco Pecori

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14 marzo 2013