La complessità del senso
18 12 2017

Happy End

Happy End
Regia Michael Haneke, 2017
Sceneggiatura Michael Haneke
Fotografia Christian Berger
Attori Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones, Hille Perl, Hassam Ghancy, Nabiha Akkari, Joud Geistlich, Philippe du Janerand, Dominique Besnehard, Bruno Tuchszer, Alexandre Carrière, Nathalie Richard, David Yelland, Waël Sersoub, Maëlle Bellec, Maryline Even.

Il nonno non ne può più e vuole morire, la nipotina non è nemmeno pessimista, è fredda di fronte alla vita. Veleno puro, nessuna speranza. Si può morire più volte? Ogni volta che non c’è prospettiva e non si vede altro che la propria colpa del vivere a danno degli altri: sì, si può sempre morire. La ripetizione non è forma esclusa a priori dalle forme artistiche. Il genere insegna, nel cinema come in letteratura, come in pittura (si pensi alla ritrattistica) – ma si rifletta sul problema stesso della creatività, per un opportuno chiarimento sul concetto di mimesi e di realismo (rapporto “realtà”/linguaggio). La morte è un tema, ricorre spesso. Della morte della borghesia, o meglio delle “inestinguibili” proprietà mortifere di un modo di vivere e di pensare – proprietà che sembrano rinascere e riattivarsi nella Storia e nello “sviluppo” (spesso nient’altro che un nuovo “massacro”) -, si può parlare quante volte si vuole, perché no? Qualcuno, nel cinema, continua a parlare degli indiani d’America. L’austriaco Haneke può benissimo ripetere che la borghesia francese annienta tuttora se stessa (e molti di noi) mentre attorno a un tavolo vista-mare (Calais) una famiglia a pranzo celebra il proprio funereo “Happy End”, senza nemmeno accorgersene: “Passiamo al secondo o aspettiamo un po’?”, confabulano i commensali. Ci sovviene Buñuel? Bella scoperta. Possiamo credere che l’autore de Il nastro bianco e di Amour  abbia voluto di proposito cancellare i 45 anni che ci separano da Il fascino discreto della borghesia? O non sarà che proprio in quella “discrezione” rischiamo di essere ancora troppo coinvolti? Il film di Haneke, passato in concorso a Cannes 2017, racconta di una famiglia altoborghese che si scompone e si ricompone secondo istanze interne a un sistema ferreo quanto “invisibile”, in cui la morale, le morali attingono a princìpi/referenze trasformati in prassi comune per una raccolta del “nulla”, dove si accumula senza “importanza” l’equivoco della gravità del vivere, anche e perfino in una società evoluta. Piccoli dettagli rendono il Tutto uguale a se stesso, niente è tanto irreparabile da costringere a un ripensamento profondo. L’eredità di un’impresa, un’incidente mortale in cantiere, un amante trovato-ritrovato, un figlio cresciuto male che dà segni di strana pazzia, una bambina di nuova generazione, destinata ad “ambientarsi” senza prima aver appreso l’uso degli strumenti necessari al convivere lì dove lei stessa si trova. Per la macchina da presa – e grazie alla sublime bravura degli attori (come non nominare Isabelle Huppert?) – tutto è grave, niente ha importanza. Ferocemente si passa di continuo ad altro. Abbiamo introdotto dall’inizio il rapporto nonno-nipotina anche per una valutazione artistica. Il dialogo, nel sottofinale, tra Eve (Fantine Harduin) e Georges (Jean-Louis Trintignant per sempre), in cui il vecchio racconta alla bambina il proprio dolore profondo e non risarcibile, spiegando così in un certo senso allo spettatore anche il concetto di Amore terribilmente con-testato nel film precedente, è una delle sequenze più degne della storia del cinema drammatico. Per il resto, fate voi. Se vi viene in mente l’idea di un manierismo, cancellatela. Non siate sufficienti.

Franco Pecori

 

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30 novembre 2017