La complessità del senso
19 08 2017

Youth – La giovinezza

film_youthlagiovinezzaYouth – La giovinezza
Regia Paolo Sorrentino, 2015
Sceneggiatura Paolo Sorrentino
Fotografia Luca Bigazzi
Attori Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Mark Kozelek, Robert Seethaler, Alex MacQueen, Luna Mijovic, Tom Lipinski, Chloe Pirrie, Alex Beckett, Nate Dern, Mark Gessner, Paloma Faiyh, Ed Stoppard, Sonia Gessner, Madalina Ghenea, Sumi Jo, Jane Fonda.

Due amici anziani in una vacanza alpina, curativa. La cosa peggiore che si possa fare verso un film come quest’ultimo di Paolo Sorrentino è accatastare riferimenti tematici attingendo alla sceneggiatura, mettere in fila battute “significative”, valutare con criteri standard la gestione dei tempi tra un ciack e l’altro. Cominciamo dalla dedica finale, a Francesco Rosi. Allora Youth è un film impegnato, un documentario “nascosto”, un invito all’ammirazione per il cinema realista dell’autore de Le mani sulla città? Perché no? Per ammirare non è necessario copiare. E il realismo è tutta un’altra cosa. Pensateci, dice Sorrentino. Qui parliamo piuttosto di gestione stilistica, di riflessione estetica – e attenzione a non sottovalutare i termini, basilari trattandosi di cinema (forma artistica). Il mondo che lasciamo ai giovani, il bilancio oggettivo e soggettivo di una vita vissuta – la nostra -, la memoria delle esperienze, delle sensazioni, dei vuoti anche, delle scelte che si ripercuotono sul finale dei giorni e hanno comunque segnato il destino intimo e storico, le selezioni morali secondo le quali tuttora avvertiamo i vuoti e i pieni dell’esistenza. Si può andare avanti per accumulo, certo, anche senza citazioni, ma ciò che conta per la lettura del film non è l’inventario dei contenuti (forma e sostanza), è lo sguardo, la sintassi (montaggio), la filosofia del discorso, è l’energia creativa e il metodo con cui viene liberata e messa in essere. Sorrentino va precisando il proprio metodo, specialmente da This Must Be The Place in poi, quello che è stato ingenuamente scambiato per un “non finito” è in realtà una feroce lotta all’ultimo sangue tra analogia e contiguità nella formazione espressiva: forse questo è il posto. Dove mettere la cinepresa, quale obbiettivo, l’angolazione, la luce, la durata, il taglio; non è incertezza, è il cinema che non si nasconde, si mostra. Forse questa è la faccia. Fred (Michael Caine, grandissima interpretazione) è la musica, il compositore in pensione non vuole più dirigere, vedovo definitivo non solo della propria moglie. Mick (Harvey Keitel) è il regista di un ultimo film, su di sé – ma forse è sempre su di sé che un cineasta fa cinema -. Sì, ma dov’è il posto della musica? il pentagramma non basta se soltanto ti guardi attorno. E le battute per un finale sugli ultimi giorni di una vita dove vuoi andare a trovarle, in quale miniera di segreti o in quale cassonetto di frasi fatte. Un Maradona giocoliere panzone, una diva del Grande Cinema (Jane Fonda) che ti sbatte in faccia la produttività televisiva per un incartapecorimento tranquillo nel panorama delle miserie pensionistiche? Girovagando con rabbiosa tristezza, Sorrentino accarezza il culo di Miss Universo e mentre conta le gocce di pipì dei vecchi al controllo della prostata cerca una via d’uscita dal “benessere” e dalla “bellezza” stomachevoli, imposizioni dalle quali ci possiamo liberare soltanto con la fantasia. Si sa – dice – che i dettagli del checkup non contano più di tanto, conta il rifugio, il massaggio, l’abluzione, l’occhiata, il battito della sveglia e la parola dura d’una figlia (Rachel Weisz) in cerca di verità (beata lei) sulle qualità di padre del compositore mentre viene lasciata dal figlio dell’amico di lui, il regista. Miserie, discorsi prevedibili perché, si sa, siamo parlati. E procede senza sosta la grande battaglia intima tra Fellini e Antonioni, dettagli e fantasticherie, sguardi attenti e fughe all’inverso, freddezza e passione, su e giù per l’asse della selezione, avanti e indietro sul tracciato combinatorio. E’ il senso, la ricerca del senso a creare l’emozione: che siano i dubbi progettuali del giovane attore stufo di recitare racchiuso in un’armatura di ferro (Paul Dano), o sia la vecchiaia di due amici innamorati molto tempo fa della stessa ragazza e ora vogliosi di nulla, cioè di tutto ma non così, non proprio così come molti – troppi – vorrebbero che fosse, tra orrore e desiderio. Una giovane massaggiatrice (Luna Mijovic) invita a toccare i corpi più che parlare, è una parte minore che fa pensare. Come fa pensare la chiusura del film, quell’esecuzione di “Simple Song” davanti alla Regina d’Inghilterra. Per chi la vuole ok, ma è un funerale sarcastico. [In concorso al Festival di Cannes 2015]

Franco Pecori

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20 maggio 2015