La complessità del senso
19 12 2018

7 Sconosciuti a El Royale

Bad Times at the El Royale
Regia Drew Goddard, 2018
Sceneggiatura Drew Goddard
Fotografia Seamus McGarvey
Attori Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson, Jon Hamm, Cailee Spaeny, Lewis Pullman, Nick Offerman, Chris Hemsworth, Manny Jacinto, Jim O’Heir, Jonathan Witesell, Sarah Smyth, Bethany Brown, Alvina August, Sophia Lauchlin Hirt, Tally Rodin, Hannah Zirke, Billy Wickman, James Quach, Kate Gajdosik, Minn Vo, Caroline Koziol, Synto D. Misati, Vincent Washington.

Apertura in Noir per la tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Drew Goddard sembra essersi voluto mettere in grande. Il regista che debuttò nel 2011 con l’horror di Quella casa nel bosco arricchisce e complica lo stile con azioni dall’impatto violento, montando una scarica progressiva di soluzioni agghiaccianti che denunciano – se vogliamo, già a livello di progettazione fruitiva – la consapelolezza di una certa disinvoltura abitudinaria verso le sequenze/gioco (videogioco) ormai d’uso nel comunicare quotidiano immerso nel virtualismo (che non è il virtuale). Al di là di un certo coattume social-televisivo, viene ripetuta la tendenza all’esibizione, sia pure non sfacciatamente esplicita, di riferimenti al “già fatto”, soprattutto a livello di scelte espressive: nel 2011 Raimi, Argento e via dicendo, qui Tarantino (uso “sfrontato” delle figure), i Coen (l’”ironia”) e, a essere “poetici”, perfino Malick, per un certo sconfinamento nella dimensione Morale (Dio, il Bene, il Male) al culmine del racconto cinico e fatalistico. L’albergo del titolo, El Royale, sul lago Tahoe, è un luogo – sapremo poi – di perversione, location piuttosto lunare e simbolica, attraversata materialmente dalla linea di confine tra California (la vita piacevole, bella) e Nevada (dove prevale il senso degli affari). La scena iniziale – sapremo anche – riguarda il passato. Un uomo arriva in camera, divelle le tavole del pavimento per nascondere al di sotto la grossa borsa che ha con sé. Nell’hotel desolatamente deserto arrivano di seguito gli altri personaggi, persone all’apparenza normali ma ciascuna con una sua accentuata riservatezza. Jon Hamm dice di essere Laramie Seymour Sullivan, rappresentante di macchine per la pulizia domestica (ma è un agente Fbi); Jeff Bridges, vestito da prete, si presenta come Padre Daniel Flynn; Cynthia Erivo è la cantante Darlene Sweet, brava onesta e sfortunata. Ci sono altre presenze femminili, le due sorelle, Rose (Cailee Spaeny) la più giovane e Emily (Dakota Johnson) la maggiore, sembrano recitare la parte di perseguitate (e affascinate) da un nemico misterioso, un certo Billy Lee  (Chris Hemsworth, il Thor di Avengers), che vedremo essere “domatore” di accoliti della sua setta “religiosa”. Non ultimo, il giovane alla reception di El Royale, Miles Miller (Lewis Pullman), reduce traumatizzato dai combattimenti in Vietnam (confesserà di aver ucciso 123 uomini) – dalla tv un Nixon in b&n sostiene l’inopportunità di un “cessate il fuoco”. Siamo negli anni in cui  le microspie erano attaccate ai fili, i telefoni avevano la cornetta e lungo un corridoio “di osservazione” potevano esservi finestre specchio per spiare l’interno delle stanze di un hotel come quello del film. Ciascuno dei personaggi ha la sua storia segreta, un intreccio che, saltando nervosamente dal prima al dopo – con allegra sfacciataggine verso l’utopia zavattiniana del film “lungo quanto la vita di un uomo” i tagli segnano l’imperfezione della continuità – calamita il destino di tutti in un centro nevralgico finale, privo di dolcezze. L’ultima scena si svolge in un’enorme sala giochi, in giorni più vicini a noi.

Franco Pecori

Print Friendly

25 ottobre 2018