La complessità del senso
19 10 2017

World War Z

World War Z
Regia Marc Forster, 2012
Sceneggiatura Michael Straczynski, Drew Goddard, Damon Lindelof
Fotografia Ben Seresin
Attori Brad Pitt, Mireille Enos, Pierfrancesco Favino, James Badge Dale, Daniella Kertesz, Matthew Fox, David Morse, Fana Mokoena.

Spettacolare. Prima o poi qualcuno si applicherà ad analizzare questo codice abbastanza misterioso. A livello di genere, il discorso è solitamente meno irto, una commedia, un thriller, un giallo, un western sono riconoscibili senza molta difficoltà. A loro volta, però, possono risultare più o meno spettacolari. E qui è un po’ difficile andare oltre la complessità generica che può imprigionarci in una convenzionalità confinante con un ovvio quasi invalicabile. La faccia di Brad Pitt, per esempio, è spettacolare? Parliamo della maschera del protagonista Gerry Lane, non solo perché centrale nell’economia del film, ma per la pigrizia di non dover dettagliare le sequenze ultrarisapute di un catastrofico/horror/guerra/semifilosofico-antropologico che narra di un virus distruttivo dell’umanità. L’epidemia si diffonde dall’Est come uno tsunami e, mentre un giovane virologo va in Corea (ancora!) alla caccia della causa sperando di fare presto con il vaccino (ma breve destino il suo), le Nazioni Unite fanno quello che possono (portaerei, elicotteri, assetto di guerra e via dicendo) per gestire il mucchio selvaggio. E’ come quando arriviamo in un posto e in una certa situazione che ci sembra di aver già vissuto. Tutto è perfettamente corrispondente all’esperienza pregressa e interiorizzata, ma noi, se ci tocchiamo, non ci sembra di essere vivi. Non resta che la faccia di Pitt, a garantirci che il nodo si scioglierà, la famiglia – almeno la sua – sarà salva. Certo che un’altra valanga di zombie così non potrebbe che essere definitiva e forse non riusciremo a risolvere. Allora il problema della spettacolarità “ben fatta” ci interesserà di meno, verrà in primo piano uno straccio di riflessione sulle sorti del mondo e sulle cause che lo hanno ridotto in un ammasso di macerie umane. Ma l’eventuale registra dovrà cambiare registro e farsi meno “perfetto”, al di là dell’esecuzione spettacolare, in modo che non vi siano momenti quasi-comici, con battute come quella su Israele, la nazione che nel mondo sembra più attrezzata a salvarsi, recintandosi dall’assalto virale: “Da quelle parti costruiscono muri da due millenni”. Il romanzo di Max Brooks, Manuale per sopravvivere agli zombie, ha un’aria maggiormente rappresentativa dell’imitazione documentale e si basa su una serie di interviste/testimonianze. Qui è quasi tutto nelle  mani di Pitt, inviato delle Nazioni Unite, il quale a Gerusalemme scopre che gli israeliani hanno capito per primi che certe voci sugli zombie potevano avere fondamento. E si sono attrezzati. Hanno ragionato: salvare gli arabi per non avere il problema (costoso?) di ucciderli! Nel massacro generale, la salvezza può essere un ultimo aereo, ma sarà durissima. Si arriva infine nel Galles, al Centro Mondiale della Sanità. Ci vorrà un miracolo, un faccia-a-faccia con la malattia, presente anche il bravo Favino. L’horror thrilleggia di brutto, ma si sta tranquilli… se si è arrivati fin lì… Occhio alla stanza 139. «Siate pronti a tutto – tuona poi una voce -, la guerra è appena iniziata».

Franco Pecori

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27 giugno 2013