La complessità del senso
14 04 2021

L’uno

L’uno
Regia Alessandro Antonaci, Stefano Mandalà, Daniel Lascar, Paolo Carenzo, 2020
Sceneggiatura Anna Canale, Paolo Carenzo, Elena Cascino, Carlo Alberto Cravino, Alice Piano, Matteo Sintucci
Fotografia Alessandro Antonaci
Attori Elena Cascino, Matteo Sintucci, Stefano Accomo, Anna Canale, Paolo Carenzo, Carlo Alberto Cravino, Alice Piano, Francesca Vettori, Marco Federico Bombi.

Dall’adattamento di un testo teatrale scritto a fine 2018 e andato in scena a partire dal Capodanno di quell’anno. Il momento è incerto, il futuro è ignoto. Sopra le teste della gente, una forma rotonda, simile all’installazione artistica di una mostra d’oggi, occupa il cielo. È arrivata e forse se ne andrà allo scadere del Capodanno. Marta (Elena Cascino) e Tommaso (Matteo Sintucci) preparano la serata, ci saranno con loro Giulio (Stefano Accomo) e Claire (Anna Canale), Cecilia (Alice Piano) e Marco (Carlo Alberto Cravino): insieme assortito, ma si può anche non tipizzare. Importante è il tono, il senso di ambiguità non occasionale quanto implicitamente derivata dal mondo che, là fuori o in Tv – che è lo stesso – è bloccato in uno stallo di svolgimento afasico, non più progettuale.
“L’Uno riporta alla memoria le tematiche pirandelliane de l’Uno, Nessuno e Centomila e della Maschera. Uno è chi queste persone vorrebbero essere, Nessuno è chi sono in realtà, Centomila è come gli altri li vedono”. Così dice una nota di regia, ma non importa. La struttura del film è “teatrale” all’apparenza – atti in unità di luogo e azione, con doppia interruzione flash, quattro e due mesi prima -, ma il cinema s’infiltra nel tessuto narrativo e prende il sopravvento il montaggio delle inquadrature, con la scelta dei tagli, dei piani, col ritmo dei pieni e del vuoti. La recitazione, nervosa e fluente, pensosa e ritmata su esigenze di sintesi e di giusta “distanza” dal pubblico, sottolinea – per coincidenza e tuttavia per necessità estetica – il trapasso da teatro a cinema, con le conseguenze anche filosofiche del contenuto, della “morale della favola”. È fortuna quella di cadere il film in piena pandemia da Covid19? La partenza della domanda è esterna al lavoro, o così preferiamo tenerla nella lettura del senso, un senso che in modo quasi naturale va oltre (potrà essere anche un limite negativo, dipenderà dal contesto in cui lo terrà chiuso l’interpretante) la circostanza del virus. Vero che in questo modo il tema tende all’Universale e quindi s’infiacchisce. Ma di contro emerge il contributo specifico degli attori, moderni, attuali, trasparenti, bravi nel non caricare di tecnica esplicita il valore della recitazione: trasmettono il peso del Teatro alleviandone la traccia simbolica, ci accolgono nel quadro – ambiente unico di un’abitazione “ben contemporanea, culturalmente giusta per corrispondenza attuale e per capacità comprensiva del referente – che racchiude la narrazione. Si narra infatti con puntuale attenzione ai limiti del simbolismo, si bada a non perdere il contatto con la realtà non-documentaria. Merito cinematografico di un “filmetto” non riducibile a “tema in classe”. Lontani dalla commedia del condizionamento della comunicazione cellulare – stereotipo già da subito digeribile e insieme indigesto per una visione improduttiva dell’attualità tecnologica – i quattro autori si fanno domande e non si danno (grazie!) delle risposte. Tendono a farci compagnia. Verrà l’Anno Nuovo, Un anno nuovo, c’è da aspettarselo. C’è un figlio in arrivo, Cecilia lo terrà nonostante del padre siano perse le tracce. 

Franco Pecori

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23 novembre 2020