La complessità del senso
20 10 2017

Land of Mine – Sotto la sabbia

film_landofmineUnder Sandet
Regia Martin Zandvliet, 2015
Sceneggiatura Martin Zandvliet
Fotografia Camilla Hjelm
Attori Roland Møller, Louis Hofmann, Joel Basman, Emil Belton, Oskar Belton, Mikkel Boe Følsgaard.

Sotto la sabbia della costa occidentale della Danimarca, durante i cinque anni di occupazione, i nazisti avevano disseminato più di due milioni di mine antiuomo nell’ipotesi di uno sbarco alleato. Dopo la resa della Germania, tra il maggio e l’ottobre 1945, le forze di liberazione britanniche offrirono al governo danese la possibilità di affidare ai prigionieri tedeschi il compito di ripulire quella zona. Un chiaro spirito di vendetta andò a colpire per lo più ragazzi molto giovani, più della metà dei quali rimasero uccisi o gravemente feriti. La Convenzione del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra venne violata con il “trucco” di definire i militari da deportare come “persone arrese volontariamente al nemico”. Martin Zandvliet stringe l’ottica (utilizza una telecamera palmare stabile per la maggior parte delle riprese)  su un piccolo gruppo di soldati destinati al rischiosissimo compito. Agli ordini del “terribile” sergente danese Rasmussen (Roland Møller), i ragazzi affrontano il pesante lavoro col fiato sospeso, sapendo di poter saltare in aria ad ogni istante. Dormono in una baracca non lontano dal mare, sono tenuti per giorni senza cibo e intanto sognano di tornare a casa, a ricostruire il loro paese distrutto dalla guerra. Il lato umano della vicenda è tenuto in primo piano dal regista, interessato a farne emergere i valori sottostanti. Dietro le forme molto ruvide del comportamento militare, Rasmussen si rivela comprensivo e capace anche di mostrare, a suo modo, una certa simpatia per quei prigionieri, arrivando a pensare di proteggerli dalle malevole intenzioni di altri superiori. Sul versante espressivo, spicca l’elemento suspence, con la realistica rappresentazione del pericolo incombente di scoppi dilanianti. E’ il destino atroce che ciascuno degli sminatori è chiamato a risolvere, in una specie di continuativa roulette russa affidata con crudeltà alle loro stesse mani. E’ un cinema della riconciliazione, sentimento civile rispetto al quale non solo in Danimarca è utile esercitare riflessioni approfondite. Il regista, autodidatta e scrittore al suo terzo lungometraggio, non calca la mano e mantiene il tono su una linea mediana, quasi familiare, nel senso che siamo man mano condotti a partecipare al dramma di quei ragazzi “sfortunati” dall’interno della loro situazione opprimente. 

Franco Pecori

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24 marzo 2016