La complessità del senso
27 06 2017

Miss Violence

film_missviolenceMiss Violence
Regia Alexandros Avranas, 2013
Sceneggiatura Alexandros Avranas, Kostas Peroulis
Fotografia Olympia Mytilinaiou
Attori Themis Panou, Reni Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi, Kalliopi Zontanou, Konstantinos Athanasiades, Chloe Bolota, Aria Skoula.
Premi Venezia 2013, Leone d’Argento regia, Coppa Volpi attore: Themis Panou

Festa di compleanno. L’undicenne Angeliki (Chloe Bolota), ascolta in perfetta compostezza la canzoncina di auguri che i nonni, la mamma le sorelle e il fratellino le cantano, spegne le candeline del dolce, esce sul balcone e ci lascia un messaggio. Ha inizio per noi l’incubo di una tristezza plumbea, di un enigma orribile da chiarire, di un interrogativo tragico da sciogliere all’interno di una vita casalinga simile a una prigionia. Una famiglia ateniese ai nostri giorni, un mondo chiuso con poche speranze. La piccola su cui si apre il film è figlia di Eleni (Eleni Roussinou), figlia del pater familias: l’uomo (Themis Panou, Un tocco di zenzero, Tassos Boulmetis 2003) non ha nome, nessuno lo nomina, ma è lui che comanda e decide il destino segreto delle donne di casa. Eleni esegue in silenzio gli ordini per lo più silenziosi del padre, non esce, non ha un uomo. Rimane incinta e la famiglia cresce. La madre (Reni Pittaki) sopporta in silenzio e porta sul proprio corpo i segni delle violenza con cui il marito la domina. Il silenzio di tutti è anche il segno di una regola non scritta, necessaria a preservare il sistema familiare dal contatto e dal confronto col mondo. La dimensione è criminale, i sentimenti e le idee sono stagnanti, egoismo e opportunismo regnano per una sorta di convenzione perversa. Il padre non si limita a “procreare”, non appena una nuova “figlia/nipote” arriva a un’età sfruttabile la offre all’utilizzo di pagatori assatanati. Undici anni possono già andar bene. Ma è così brutto il mondo? E’ talmente irrisolvibile l’occlusione morale di un sistema che tende soltanto a mantenere se stesso? Aggiungete voi gli interrogativi e le risposte che volete. Il regista greco (Larissa, 1977), al suo secondo film (il primo, Without 2008, è stato premiato al festival di Salonicco) mette le carte in tavola e non spiega le regole del gioco, rimane freddo nello sdegno della rappresentazione, monta le inquadrature senza progressione, impedisce alle ragioni sottostanti di farsi sentimento partecipe, frena ogni fuga analitica, tanto da procurarci un malessere insopportabile, una voglia di rompere il silenzio e di intervenire. Ma dobbiamo almeno attendere la fine del film. Un film tremendamente grigio e asfissiante, girato con una fotografia esplicitamente provocatoria nella sua tetraggine. Il cinema di Avranas è un cinema impegnato, lo stesso  regista cita Pasolini, Fassbinder, Godard, Haneke. Arriveremmo a pensare a Jean-Marie Straub, se non fossimo in pochi ad aver visto Non riconciliati – Nicht versöhnt oder Es hilft nur Gewalt wo Gewalt herrscht – da un racconto di Heinrich Böll, 1965. 

Franco Pecori

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31 ottobre 2013