La complessità del senso
19 11 2017

It

It
Regia Andy Muschietti, 2017
Sceneggiatura Chase Palmer, Cary Fukunaga, Gary Dauberman
Fotografia Chung Chung-hoon
Attori Bill Skarsgård, Jaeden Lieberher, Jeremy Ray Taylor, Sophia Lillis, Finn Wolfhard, Wyatt Oleff, Chosen Jacobs, Jack Dylan Grazer, Nicholas Hamilton, Jackson Robert Scott, Owen Teague, Stephen Bogaert, Steven Williams, Jake Sim, Anthony Ulc, Stuart Hughes, Javier Botet, Geoffrey Pounsett, Tatum Lee, Ari Cohen, David Katzenberg, Pip Dwyer, Logan Thompson, Megan Charpentier.

Didattico e pedagogico, molto “razionale” per essere un thriller dell’orrore. Il senso più interessante del racconto sta nell’esplicito ribaltamento della strategia del genere: l’intento è spiegare le ragioni della paura proprio attraverso esemplificazioni, quasi un repertorio, una casistica costruita assemblando situazioni, circostanze e pertinenze, combinate da una scelta realistica. E la verosimiglianza referenziale trova esiti estetici coerenti nel lavoro cinematografico, grazie anche al rispetto che il regista (già autore de La madre 2013) mostra di avere del testo di partenza, il famoso libro omonimo di Stephen King. It è il nome, significativamente generico, che i bambini di Derry, città del Maine dove vivono – è anche la città dove vive King, scrittore che vanta successi di portata planetaria (dai suoi libri sono stati tratti film come Carrie, lo sguardo di Satana (Bian De Palma, 1976), Shining (Stanley Kubrick, 1980), La metà oscura (George A. Romero, 1992), Il miglio verde (Frank Darabont, 1999), L’acchiappasogni (Lawrence Kasdan, 2003) -, utilizzano per indicare “Esso, Quello”, quel certo essere misterioso che li terrorizza, compare e scompare, c’è e non c’è nei diversi momenti della giornata e della notte: una presenza paurosa che prende le sembianze umane, sintesi di immagini viste, di persone conosciute, di sensazioni e sentimenti provati; e soprattutto, un grande clown trasformista (Bill Skarsgård) che sorride accattivante per poi trasformarsi in mostro aggressivo, capace di mangiare i bambini. It c’è, è la paura che uccide. Ma paura di chi e di cosa? Qui il cinema interviene dando corpo a visioni non stereotipe, evocative, immaginifiche e anche dalla consistenza “tattile”, con un’operazione creativa omogenea alla fantasia dei bambini – e perdurante spesso a lungo o addirittura per tutta la vita di adulti – i quali elaborano raffigurazioni interne, spesso costrittive, verso la propria autonomia psichica. In sintesi, le paure provengono dalla vita vissuta e trasognata, da momenti, episodi e condizioni che per qualche verso hanno inciso in negativo sul seguito di comportamenti e di scelte limitative, costrittive della personalità. L’origine delle “visioni” è giustificata in maniera esplicita, evitando metafore esibite e/o ridondanti, mettendo piuttosto direttamente in sequenza le scene determinanti, le quali mentre riguardano la fanciullezza e l’inizio dell’adolescenza dei protagonisti, fanno anche partecipe lo spettatore del “panorama” ambientale, situazionale e storico. Ogni 27 anni, la città di Derry viene attaccata da un’orribile entità malefica, la quale va alla caccia di piccoli cittadini e un certo numero di essi scompaiono nel nulla. Siamo nel 1989. L’estate potrà essere fatale a sette ragazzini, uniti in gruppo dalla loro stessa consapevolezza di avere in comune la condizione di “Perdenti”. Devono sopportare le angherie di ragazzi più grandi, e soprattutto le imposizioni dei grandi, per esempio i genitori, i quali a loro volta sono prigionieri di disturbi piuttosto gravi che trasmettono ai figli. Tale giro di causa-effetto viene illustrato chiaramente dalla regia dell’argentino Muschietti, senza – e questo è il merito – restare alla didascalia, bensì dando vita a uno spettacolo accattivante e “istruttivo”. Si vedrà svilupparsi una progressione del racconto sempre dimostrativa e non priva di suspence. La tensione non sarà però fine a se stessa, cioè alla produzione di “paura” nello spettatore, bensì seguirà le tracce di un discorso chiaro circa le radici psicoambientali e socioculturali del fenomeno. Saranno raffigurazioni con un loro ordinato sviluppo narrativo, con qualche semplificazione forse non necessaria rispetto al libro di King e tuttavia produttive di uno spettacolo che non tradisce l’idea di fondo. Visto il film – ammesso e anche concesso, perché no, che non si sia letto il libro da cui – potremo apprestarci alla visione di altri horror non più domandandoci semplicemente se e quanto facciano paura, bensì perché facciano paura. La pianta verrà sensibilmente sfrondata, Con ciò non vogliamo certo dire che la psicologia sia materia semplice, né la psicoanalisi e meno che mai la filosofia teoretica. Tuttavia, se la “morale” di prima lettura di It dice che uniti (relazionati) si vince (la paura) e vediamo i sette Perdenti prendere coscienza che l’esperienza individuale, anche terribile, può essere messa con successo a disposizione del gruppo per risolvere insieme i problemi di ciascuno, in seconda lettura comprendiamo che certi problemi sembrano singoli mentre provengono da una realtà collettiva, da un’articolazione disarmonica del vivere insieme. Il romanzo di King è del 1986 e racconta di una storia degli anni ’50, il film è ora una buona occasione per rivisitare epoche del pauroso trionfo di un ottimismo superficiale, incolto.

Franco Pecori

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19 ottobre 2017