La complessità del senso
15 09 2019

La vita in un attimo

Life Itself
Regia Dan Fogelman, 2018
Sceneggiatura Dan Fogelman
Fotografia Brett Pawlak
Attori Oscar Isaac, Olivia Wilde, Mandy Patinkin, Olivia Cooke, Laia Costa, Annette Bening, Antonio Banderas, Sergio Peris-Mencheta, Alex Monner.

“La vita è un attimo, un soffio” è un modo di dire nel quale una saggezza popolare – quella del “signora mia..” – racchiude la filosofia spicciola di vita comprensiva delle due facce di una medaglia: il fatalismo che accoglie l’evento negativo rinviando alla speranza di un futuro migliore e, all’inverso, l’opportunismo che consiglia di approfittare senza troppe remore del vantaggio offerto dalla circostanza. Vogliamo anche dire che “domani è un’altro giorno”? L’americano (New Jersey 1976) Dan Fogelman, autore e produttore della fortunata serie-specchio televisiva This Is Us (2016), sceneggiatore “natalizio” (Fred Claus – Un fratello sotto l’albero 2007), “stupid/crazy” (Crazy, Stupid, Love 2011) e tardo-goliardico (Last Vegas 2013), ora alla seconda regia per il cinema dopo il mito-realistico Danny Collins (2015), ha montato un grosso sentimental pulp approfittando del Destino verso di lui compiacente. Un Volere Supremo (la terza faccia della medaglia?) fa in modo che il piccolo Rodrigo assista, restandone emotivamente coinvolto, a un certo impatto tragico, dove perde la vita una giovane donna. Verremo a scoprire le implicazioni narrative molto più avanti (il film dura 117 minuti), ci sarà tutto il Tempo per seguire il dipanarsi sincronico (lo strutturalismo c’entra ma guai a ritirarlo fuori quando, ormai, di accostamenti nessuno vuol più saperne) di una  vicenda che coinvolge la vita di due famiglie. La successione temporale degli accadimenti tende a svanire dal criterio principale della narrazione dal momento in cui entriamo nello studio di  Cait Morris (Annette Bening). L’analista ascolta il racconto di Will (Oscar Isaac), uomo dalla vita “a pezzi”. Will racconta del suo amore per Abby (Olivia Wilde). Avranno una figlia, Dylan, che porterà nel nome la passione della madre per il cantautore e cercherà nella musica la chiave profonda per una propria esistenza. Della ballata “Make You Feel My Love” ascolteremo una sua versione “arrabbiata” e toccante. Il tracciato “psico-affettivo” della sceneggiatura, equilibrata fino ad una sorta di “imparzialità” delle emozioni, ci porta a fare il secondo passo nella revolving door della fogelmaniana Life Itself.  E di punto in bianco ci ritroviamo in Spagna, nella fattoria del signor Saccione (Antonio Banderas), proprietario italo-spagnolo dell’uliveto dove lavora con sincera dedizione il raccoglitore Javier (Sergio Peris-Mencheta). Saccione non va dallo psicoanalista, ma sceglie Javier per confessare all’operaio i turbamenti che gli derivano da un padre autoritario. Là per là non capiamo bene quell’impulso così profondo del ricco padrone, di aprire il cuore a Javier. Ma il sincronismo ci aiuterà presto a renderci conto dell’importanza di certe attrazioni che potrebbero anche poter appartenere ad un romanticismo piuttosto semplificato. Importante sarà la figura di Isabelle (Laia Costa), giovane cameriera del villaggio che sposa Javier e non smette di amarlo per i successivi 20 anni, nonostante sia nel frattempo intervenuto il contributo affettivo di Saccione. E un figlio, Rodrigo (Alex Monner). Spiritosa la trovata di Fogelman, di affidare inizialmente il racconto alla voce narrante di Samuel L. Jackson. Ma poi, la vita è la vita, proprio essa medesima, può narrarsi da se stessa. Un marchingegno sentimentale in cerca di moderna eternità.

Franco Pecori

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14 febbraio 2019