La complessità del senso
16 11 2018

A Quiet Passion

A Quiet Passion
Regia Terence Davies, 2016
Sceneggiatura Terence Davies
Fotografia Florian Hoffmeister
Attori Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Emma Bell, Duncan Duff, Johdi May, Catherine Bailey, Joanna Bacon, Annette Badland, Eric Loren, Benjamin Wainwright, Rose Williams, Noémie Schellens, Stefan Menaul, Sara Vertongen, Simone Milsdochter, Yasmin Dewilde.

Biografico? Il genere sta stretto al film di Terence Davis, regista inglese (nato a Liverpool, il 10 novembre 1945) dalla spiccata sensibilità (basterà ricordare il suo esordio, con Voci lontane.. sempre presenti, primo dei suoi nove lungometraggi, Pardo d’Oro a Locarno 1988) verso gli affetti e le intime contraddizioni nella famiglia e nella vita. Sensibilità vuol dire, ovvio, anche estetica. La Quiet Passion in questione riguarda la grande poetessa lirica americana Emily Dickinson (Amherst, contea di Hampshire, Massachusetts, 1830-1886), il valore dei cui versi fu riconosciuto soltanto dopo la sua morte. Emily scrisse 1800 poesie, ne vide pubblicate sette. Ci si potrebbe già fermare al primo impatto della scrittrice con il falso problema della “comprensibilità” dell’arte moderna, delle innovazioni/trasgressioni formali rispetto alla tradizione poetica (tradizione per forza di cose anche culturale, morale). Alla pubblicazione dei pochi versi, qualcuno pensò bene di correggere le virgole al fine di rendere più agevole la lettura. I versi liberi cozzavano non solo con le incrostazioni formali dei “valori” letterari, ma, inevitabilmente, con le fissazioni ideali che regolavano la vita sociale e religiosa dell’epoca, nella quale la famiglia di Emily era perfettamente immersa. La Dickinson cercò da sempre nella scrittura il contatto con la propria realtà “interna”, puntando alla corrispondenza con la profonda configurazione sentimentale. Ciò comportò il trascurare le convenzioni, non per partito preso bensì per necessità intima, espressiva. Tutto questo non sarebbe bastato, certo, a produrre alta poesia, ma, nel film il lato “biografico” passa in secondo piano. Il regista cadenza il montaggio secondo una successione “fredda” di inquadrature segnate dalla scritta dei versi. Lettura e visione si integrano in un sincretismo indissolubile che accentua il valore drammatico del conflitto tra la consunta tradizione e la necessaria innovazione formale. Inizialmente, vediamo che il rifiuto di Emily di fare la professione di religiosità cristiana porta la giovane a scegliere di lasciare il College di Mount Holyhoke per restare a studiare e scrivere nella casa paterna (Keith Carradine è il patriarca, Jennifer Ehle è la sorella Vinnie). Cose di quei tempi, essendo la famiglia perfettamente borghese, radicata nel puritanesimo. Il contrasto (produttivo!) tra la forma scritta e la convivenza con gli affetti familiari determinò slanci, malinconie, nervosismi e, infine, disturbi fisici insanabili per la medicina dell’epoca. La seconda parte del film è dedicata, con un certo attenuarsi della tensione formale a vantaggio di un’emotività piegata al limite del verismo, soprattutto alle sofferenze crescenti della donna, fino alla chiusura, pur risolta da Davies con soluzioni estetiche ben discrete. Tutto il film si fa apprezzare per la scenografia (Merjin Sep) degli ambienti, rispettosa della “verità” storica e, insieme, funzionale alla qualità del sentimento. Durante il racconto non mancano momenti anche francamente divertenti, ironici e perfino allusivi verso possibili scelte o libertà sentimentali, tuttavia resta centrale e fuori dal genere biografico, il tema del valore poetico inteso come scrittura, come innovazione espressiva. La scelta di Cynthia Nixon (la Miranda Hobbes di Sex & the City!) per il ruolo di Emily si rivela degna del maggior premio.

Franco Pecori

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14 giugno 2018