La complessità del senso
17 12 2018

Michelangelo – Infinito

Michelangelo – Infinito
Regia Emanuele Imbucci, 2018
Sceneggiatura Emanuele Imbucci, Sara Mosetti, Tommaso Strinati
Fotografia Maurizio Calvesi
Attori Enrico Lo Verso, Ivano Marescotti

Non siamo qui a rimuginare sulla Universalità della Grande Arte di Michelangelo Buonarroti (1475-1564), né a celebrarne l’Eternità, implicitamente confrontandola con la caducità (intesa come disvalore) delle “improvvisazioni” contemportanee; né vogliamo soffermarci sulla sostanza dei contenuti veicolati fino a noi dalle figure scultoree e pittoriche scelte dal committente e dall’artista medesimo per quella che oggi si dice “narrazione”, in riferimento a un immaginario mitico e religioso, funzionalizzata alla divulgazione di un Sentimento ritenuto trasmissibile secondo un automatismo dei valori. Era tale il pericolo di un lavoro cinematografico, un altro, sul genio e sulla vita del Buonarroti. Ma Emanuele Imbucci (alla prima regia dopo sostanziose esperienze da “aiuto”) e gli sceneggiatori del film se ne sono tenuti lontani. È stata scelta una struttura non-drammatica, lasciando spazio alle parole dello storico dell’arte Giorgio Vasari (Ivano Marescotti), architetto e pittore (1511-1574) contemporaneo di Michelangelo. E costruendo uno scenario, materico quanto freddamente allusivo, che in parallelo con i testi storici lasciasse emergere il tema centrale della sfida alla pietra, al marmo di Carrara. Apprendiamo non solo le tecniche basiche dello sculture ma le ragioni estetiche, sensoriali, non idealistiche, dell’istanza filosofica del “togliere” sostanza per far emergere la luce nella sua concretezza d’immagine tridimensionale: “Spogliare la pietra da ciò che la opprime”. Una per una, il Vasari descrive le opere. Proprio l’assenza di linguaggio critico aggiornato ai giorni nostri (modaiolo) ci lascia la libertà di una lettura davvero attualizzata, riattingendo a una passione per la forma-materia troppo spesso, nel contesto attuale, sottomessa a prescrizioni tattiche. Man mano che si passa da un capolavoro all’altro – inutile farne un risaputissimo elenco – con discreta bravura Enrico Lo verso evita di farsi “personaggio” e veicola invece sapientemente lo spirito dell’impresa, mai perdendo la dimensione umana, corporea, di un Michelangelo-tutto, “realtà e figura”, espressione di un Rinascimento anche sensuale per quanto non esibito, non sbandierato, nemmeno sui muri della Cappella Sistina. Specie nelle sequenze dedicate al lavoro sul Giudizio Universale, il film non smette di restare alla tecnica michelangiolesca (che era anche la tecnica del tempo), cosiddetta “a spolvero”, lasciando che il Cristo Giudice emerga dalla bottega dell’artigiano per un Giudizio-Opera non certo disumana. E dopo aver sottolineato che l’arte del Buonarroti “non è arte da vecchi” (quanta fatica!), il Vasari ci lascia soli con l’artista per una scena giustissimamente di valore “aperto”. La Pietà Rondadini, col suo non-finito memorabile, azzera gli ormai inutili Trionfi e porge allo spettatore il dilemma di un rapporto Cristo/Madonna, l’equilibrio del cui peso corporeo (chi dei due sorregge l’altro) resta da definire. Infine, la scena-madre, opportunamente drammatica ma non drammatizzata, del Michelangelo mitico e demistificato, il quale martello alla mano grida disperato al marmo del suo Mosè: “Me lo dici a cosa è servita tutta questa immensa fatica? Perché non Parli?”.

Franco Pecori

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27 settembre 2018