La complessità del senso
16 11 2018

Corpo e Anima

Testrol és lélekrol
Regia Ildikó Enyedi, 2017
Sceneggiatura Ildikó Enyedi
Fotografia Máté Herbai
Attori Géza Morcsányi, Alexandra Borbély, réka tenki, Zoltán Schneider, Ervin Nagy, Itala Békés, Tamás Jordán, Éva Bata, Zsuzsanna Járó, Pál Mácsai, Vince Zrinyi Gál, Júlia Nyakó, Nóra Rainer-Micsinyei.
Premi Berlino 2017: Orso d’Oro.

Molto serio e molto “impossibile”. I disturbi psicologici relativi alla sessualità sono già un tema complesso da inquadrare in quanto tema culturale e scientifico, se poi lo si inserisce nel problema di “raccontarlo” col cinema, la difficoltà si fa anche estetica e la traduzione, come giustamente deve e non può non essere, diviene implicativa di questioni teoretiche, sul rapporto linguaggio-“realtà”. Ovvio che al suo proprio livello, quest’ultimo è un ambito generalissimo, ben oltre quello di un film che s’intitola Corpo e Anima, tanto da suggerire e anzi da autorizzare una riflessione, attraverso il film, al di là del film, sull’oggettualità psicopatica del cosiddetto amore. Sono considerazioni che introducono alla visione del film della regista ungherese Ildikó Enyedi (Il mio XX secolo 1988) e, insieme, si propongono come riflessione metodologica a posteriori, dopo la “prova” della visione. Certo che si potrebbe semplicemente dire: Mária (Alexandra Borbély), in cura dallo psicoanalista infantile (Tamás Jordán), resiste al consiglio di passare ormai a un analista per adulti e continua nel suo blocco interno che la costringe in una rigidità di comportamento palesemente patologica, specie nell’ambiente di lavoro, dove le sue difficoltà relazionali si manifestano in uno “spettacolo” di negatività, di tendenza all’isolamento e di esercizio puntiglioso della normativa professionale. Nuova responsabile del controllo qualità in un moderno mattatoio industriale – “specchio della società occidentale”, lo definisce la regista -, la donna entra in empatia problematica con il direttore amministrativo Endre (Géza Morcsányi), il quale non sembra da meno quanto a scarsa fluidità di comportamento – salta tra l’altro agli occhi la paralisi del suo braccio sinistro. Non è equivocabile il destino dei due, prevedibilmente convergente per fatale attrazione. Ma Ildikó Enyedi estrae dalla situazione elementi formali in funzione di una poetica attenta al portato non-narrativo, fornendo allo spettatore una chiave di lettura fortemente preferenziale. Si arriverà alla conclusione passando per una suspense metaforica che andrà a rafforzare figurativamente il carattere già dalla prima sequenza allusivo della rappresentazione. In un bosco quasi incantato, un cervo e uno cerva stabiliscono un rapporto teneramente “amoroso”, un feeling animale che subito andrà in contrasto con il sangue e gli impressionanti dettagli delle fasi operative del mattatoio. Si scoprirà, con l’intervento di una psicologa (Réka Tenki), che i due protagonisti fanno lo stesso sogno, il cervo e la cerva appunto. Poesia/favola/cinema fantastico che viene chiamato a risolvere problemi profondi. Decisivo per Endre e Mária sarà il modo di raccontare il sogno e poi anche di raccontarselo tra loro. Con discrezione figurativa, formalizzata in inquadrature e sequenze raffreddate simbioticamente con la sostanza del contenuto, la regista sfiora più volte la didascalia “scientifica”, lasciando tuttavia sufficiente spazio a una giusta e “amorevole” comprensione per le sofferenze affettive dei personaggi – e notiamo che anche le figure minori hanno una definizione “umana” non superficiale. Per un certo tratto, nella parte centrale, il film sembra assumere un andamento “giallo/nero” – non ci addentriamo nel potenziale intrigo per non annoiare il lettore -, ma poi le sopravvenute complicazioni si risolveranno finalmente nel ritorno al sonno “normale”, questa volta a due, senza cervi nel bosco e con la riacquisita padronanza della fase sessuo-attrattiva. Resta quella certa “impossibilità”, di cui soffre perfino il cinema di Hitchcock – per esempio quando è Marnie 1964 -, a darci l’interno della traduzione del “reale” senza commettere tracotanza (trans+cogitans) formale: la contiguità usata in funzione analogica per dire che sogno e realtà sono in relazione. Una banalità, quasi soltanto un modo di dire, prima che il film possa divenire un film “impossibile”.

Franco Pecori

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4 gennaio 2018