La complessità del senso
19 10 2017

Everest

film_everestEverest
Regia Baltasar Kormákur, 2015
Sceneggiatura William Nicholson, Simon Beaufoy
Fotografia Salvatore Totino
Attori Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Clive Standen, Elizabeth Debicki, Vanessa Kirby, Mia Goth, Martin Henderson, Tom Goodman-Hill, Naoko Mori, Thomas M. Wright, Mark Derwin, Micah A. Hauptman, Ingvar E. Sigurðsson, Demetri Goritsas, Todd Boyce, Chris Reilly, Charlotte Bøving, Chike Chan, George Taylor, Amy Shindler, Vijay Lama, Simon Harrison.

Scalare l’Everest: mettere in gioco fino all’estremo limite le proprie possibilità personali, fisiche e psichiche, sopravvivere alle più tremende avversità naturali per raggiungere il traguardo prefissato e infine riportare la pelle a casa. Già, ma di quale traguardo si tratta? La più alta vetta del mondo (8848 m. sopra il livello del mare) fu toccata il 29 maggio 1953 da Edmund Hillary e da Tenzing Norgay, un neozelandese e una guida proveniente dal Nepal. Dunque oggi nessun record, ma resta la soddisfazione per le intense emozioni dovute al contatto con quel paesaggio meraviglioso e per la quasi-esclusività dell’impresa. Insomma una dimensione elitaria della vita, la cui ricerca è stata ed è praticata più o meno esplicitamente da quanti amano le sfide di ogni tipo – tutte le tipologie, direbbe un commesso venditore nel pieno delle proprie funzioni. Certe ambizioni si pagano anche. Non sono soltanto i costi della spedizione, per le attrezzature e per l’assistenza degli esperti, ma sono i rischi per l’imprevista – a tratti imprevedibile – “risposta” della natura, incurante delle problematiche umane, morali e/o psicologiche. Baltasar Kormákur, già regista di film non poco movimentati, nel doppio senso esterno e interno (interiore) della struttura (ContrabandDeep, Cani sciolti), si è preso un bel rischio nel ricostruire l’ascensione del 10 maggio 1996, a partire dal racconto di uno dei pochi sopravvissuti. In apertura, vediamo due spedizioni che si preparano a partire, guidate da Rob Hall (Jason Clarke – Zero Dark Thirty; Apes Revolution – Il Pianeta delle Scimmie), capo della società neozelandese Adventure Consultants, e da Scott Fisher (Jake Gyllenhaal), team leader della Mountain Madness di Seattle. Con loro si mettono in fila scalatori disposti a pagare anche decine di migliaia di dollari per assicurarsi la guida di chi quel viaggio verso la vetta assoluta l’ha già compiuto. Man mano vedremo comparire attori e attrici di primo piano, Josh Brolin (Non è un paese per vecchi), John Hawkes (Un gelido inverno), Robin Wright (Uomini che odiano le donne), Michael Kelly (Changeling), Sam Worthington (Avatar), Keira Knightley (Orgoglio e pregiudizio), Emily Watson (La sposa cadavere). Traspare l’impianto risaputo della preparazione del genere “catastrofico”. E’ una splendida giornata di sole, tutto è tranquillo, saluti agli amici e alle famiglie, si parte. Un vago presentimento che non tutti torneranno… In questa struttura, rafforzata dalla presenza di facce mitiche del cinema, si interpone con progressiva efficacia “documentaria” la maestà del paesaggio. Le virgolette sottolineano la riconoscibilità inequivocabile dell’immagine-Everest, utilizzata in funzione del rafforzamento Non-Necessario della verosimiglianza. Il rischio è che la forte verità di alcune immagini (le difficoltà del cammino, la violenza della tempesta) venga attenuata dalla piega avventurosa del racconto, fino a un parziale lieto fine, scarsamente consolatorio a fronte della “inutilità” delle perdite umane, dei corpi lasciati nel ghiaccio lungo il cammino “impossibile”; corpi che, in un macabro paradosso, vanno a incrementare l’ingombro assai poco ecologico dei rifiuti lasciati senza troppo ritegno da precedenti spedizioni. L’impressione è che il senso spettacolare l’abbia vinta, grazie al carico espressivo di genere, sul possibile – e perduto – impatto umanistico dell’avventura.

Franco Pecori

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24 settembre 2015