La complessità del senso
27 06 2017

Maraviglioso Boccaccio

film_maravigliosoboccaccioMaraviglioso Boccaccio
Regia Paolo e Vittorio Taviani, 2014
Sceneggiatura Paolo e Vittorio Taviani
Fotografia Simone Zampagni, Bruno Di Virgilio
Attori Lello Arena, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Flavio Parenti, Vittorio Puccini, Michele Riondino, Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Jasmine Trinca, Josafat Vagni, Melissa Anna Bartolini, Eugenia Costantini, Moisè Curia, Miriam Dalmazio, Camilla Diana, Nicolò Diana, Fabrizio Falco, Ilaria Giachi, Barbara Giordano, Rosabell Laurenti Sellers, Beatrice Fedi.

Realismo e fantasia, storia, cultura, arte e morale, un contest che funziona ogni volta che la categoria della creatività viene chiamata in causa. In questo Boccaccio dei Taviani la situazione artistica è alquanto complessa, comune – è vero – a qualsiasi altra – anche non artistica – relativa alla sfera espressiva, ma nello specifico s’intrecciano due piani, dell’interpretazione cinematografica di un’opera letteraria non vicina a noi eppure costitutiva di radici della nostra tradizione italiana e dell’intento, radicato e confermato, di Paolo e Vittorio Taviani di rappresentare la realtà di riferimento con sguardo consapevole cioè colto, vigile. Come sempre nel loro cinema. Dalla scuola d’indirizzo classico si sa dell’importanza e del valore del Decameron, raccolta di novelle scritta da Giovanni Boccaccio a metà del XIV secolo, quando la Divina Commedia aveva già una trentina di anni. Dalla storia del cinema si sa che l’immagine nello spazio/tempo dell’inquadratura è figlia dell’occhio e del taglio che produce gusto e riflessione. Vicinanza o lontananza, partecipazione o distacco, maravigliosamente, non sono frutto in maniera diretta né di un muoversi nervoso della macchina da presa né, all’inverso, di una staticità dell’ottica e/o del montaggio. Non è detto. La “meraviglia” di questo Boccaccio è racchiusa, delimitata, contenuta in inquadrature che la cinepresa decide restando ferma – pochissime in tutto il film le quasi impercettibili panoramiche. Il cinema si faceva così quando i mezzi erano primitivi e quando ancora si discuteva del rapporto della Settima Arte con le altre forme visuali, soprattutto la pittura, la fotografia, il teatro. Quanto alla letteratura, il D’Annunzio andava dicendo di scrivere sceneggiature per dar da magiare ai suoi cani. Tutto questo i due registi toscani lo sanno e tale consapevolezza si vede nei film. Qui siamo forse arrivati a un traguardo che per loro sfiora l’assoluto. Lo scavo estetico, al contrario di altri lavori di esagerato successo, sia al botteghino che al Dolby Theatre, non è né verso il vuoto patinato né verso l’affastellamento nevrotico della videoparola, mirando piuttosto alla pertinenza della misura. Non sappiamo se oggi Giotto sceglierebbe le maraviglie delle postproduzioni o se continuerebbe a puntare sulla pregnanza iconologia della non-prospettiva non-documentaria. Non sappiamo. Ma certo le cinque novelle estratte dai Taviani dalle cento che il Boccaccio architettò di raccogliere per il suo monumento alla nuova narrativa verso la modernità, rispondono, così composte ed equilibrate nella loro sostanza poetica, all’istanza, che nella crisi di oggi viene da definire eroica, di un fermo e formale richiamo alla responsabilità morale dell’arte. Si può perfino, in seconda lettura, andare oltre la traccia tematica dei cinque racconti, al di là dello specifico simbolismo delle virtù e dei vizi che un giorno avrebbero invaso lo stato medio della società, fiorentina e oltre; e si può – per non dire si deve – apprezzare lo spirito di richiamo al riparo, non alla fuga, al momento di riflessione e di necessaria, avveduta proiezione verso prosecuzioni non qualunquistiche, non facili. Le inquadrature del film sono animate da movimenti/balletto, musica esplicita e a momenti implicita, che risponde ai colori e ai costumi d’ambiente, memoria di una società passata ma non invito ad alcuna nostalgia. C’è poco da scherzare, diciamolo col Boccaccio, liberiamoci dalla peste, senza però perdere la misura della circostanza. Che la cinepresa non impazzisca. Una nota sul cast, sulla saggia  valorizzazione “al minimo” della bravura dei nostri attori troppo spesso buttati via in protagonismi di second’ordine. Non tutto, nel cinema, è necessariamente televisione.

Franco Pecori

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26 febbraio 2015