La complessità del senso
18 12 2017

Suburbicon

Suburbicon
Regia George Cooley, 2017
Sceneggiatura George Clooney, Grant Heslov, Ethan Coen, Joel Coen
Fotografia Robert Elswit
Attori Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Alex Hassell, Gary Basaraba, Oscar Isaac, Jack Conley, Karimah Westbrook, Tony Espinosa, Leith M. Burke
Premi Venezia 2017: George Clooney Premio Fondazione Mimmo Rotella.

Il Paradiso Terrestre ciascuno se lo può immaginare come vuole, ma attenzione alle sorprese. California, anni ’50, una villetta in fila con le altre villette, il giardinetto ben curato, la chiesetta col prete benedicente, tutte le auto al loro posto, tranquilli i vicini, tranquilla la famigliola di Gardner Lodge. E’ il paradisiaco piccolo centro di Suburbicon. Sembra fatto per essere la location ideale di una pubblicità. Sono gli anni in cui, dopo la seconda guerra mondiale, la classe media americana va assestandosi in una vita confortevole, una casa di proprietà fuori dalla metropoli, una piccola comunità in cui vivere secondo regole chiare e condivise. Gardner (Matt Damon) ha un buon lavoro in una società di affari che gli promette carriera. In casa c’è la moglie Rose, purtroppo costretta su una sedia a rotelle per un incidente di macchina avvenuto col marito alla guida, c’è il figliolo Nicky (Noah Jupe, esordiente), bambino ben educato, molto rispettoso ma non privo di arguzia; c’è Margaret, sorella gemella di Rose, arrivata per dare una mano e rimasta in casa. Le due donne sono interpretate magistralmente da Julianne Moore. Dopo il primissimo avvio “advertising”, una successiva sequenza di vita quotidiana avverte del carattere critico, satirico, della commedia – si colorerà di noir, ma ce ne accorgeremo in un secondo momento. La scena – dice Grant Heslov, sceneggiatore con Ethan e Joel Coen e con lo stesso George Clooney – è presa da “Crisis in Levittown”, un documentario del 1957 in cui si raccontava dell’arrivo della prima famiglia afroamericana a Levittown (Pennsylvania). Il postino rivolgendosi alla nuova padrona le domandò se la signora fosse in casa: l’aveva scambiata per la domestica. Si sorride, ma ecco che Clooney segue i Coen sulla via del thriller e si comincia a capire che il discorso sugli anni ’50 non è uno scherzo. Matt Damon si cala, con qualche chilo in più rispetto ai fisici asciutti di moda oggi, nei panni di un uomo che sembra restare imbambolato di fronte a due energumeni, Ira e Louis (Glenn Fleshler e Alex Hassell), che piombano in casa armati di tracotanza e di cloroformio. Ma non sarà sempre così, questo è soltanto l’inizio di una vicenda dai risvolti paradossali, dagli atroci significati – illustrati a dovere, con scene d’impatto truculento quanto allucinanti nella loro “indifferente” consequenzialità – e dal senso complessivamente prospettico. Un cortocircuito metaforico, trasognato, si sprigiona dalla contiguità delle sequenze, siamo costretti a “ridere” e ad arrabbiarci per le contraddizioni che emergono nell’impatto tra “visioni” drammaticamente contrapposte: “Ai Caraibi!”, esclama Margaret, prefigurando l’esito della vicenda da lei segretamente (non troppo) immaginata. E fuori, sulla via, il fuoco del razzismo divampa. E in famiglia s’intromette un detective assicurativo (Oscar Isaac) che rovescia la manica di un abito cucito maldestramente. Un’irruzione davvero sorprendente, per chi si fosse troppo immedesimato nelle “disgrazie” della famigliola. Per fortuna che in America c’è il baseball, una palla da lanciare verso un battitore amico c’è sempre. La parola passa ai bambini, uno bianco e uno nero. E fine. Ma certo lo spirito di Suburbicon, California beata, non è annacquabile, oggi, con l'”innocenza” di bambini bianchi e neri. Occhio a un qualche zio di famiglia, uno Zio Mitch (Gary Basaraba), pronto a voler tanto bene al suo nipotino. Good Night, And Good Luck.

Franco Pecori

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6 dicembre 2017