La complessità del senso
17 09 2019

Suspiria

Suspiria
Regia Luca Guadagnino, 2017
Sceneggiatura David Kajganich
Fotografia Sayombhu Mukdeeprom
Attori Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Doris Hick, Malgorzata Bela, Chloë Grace Moretz, Angela Winkler, Vanda Capriolo, Alek Wek, Jessica Batut, Elena Fokina, Jessica Harper, Sylvie Testud.

Le streghe di Luca Guadagnino non giocano in campo neutro. Nel 1977, Dario Argento aveva fabbricato una macchina dell’horror che reggesse le proprie ragioni in sé, partendo da un sistema consolidato e modificandolo secondo le leggi espressive del cinema italiano allora dominanti, un po’ come succedeva per un altro genere, il western. E il film che ne venne fuori non chiamava a riflettere, non concedeva respiro al di fuori di sé, spettacolo formalizzato in fotografia dall’arte di Luciano Tovoli. Faceva “paura” secondo la regola “chiusa” del film di genere che non cerca ragioni oltre – ma poi, ciascun testo non può comunque non essere parte di un contesto -. Ora i “sospiri” trovano la loro Madre in una situazione storica bene indicata, un riferimento che sarebbe sbagliato trascurare, magari per “proteggere” la valenza generica da un’invasione referenziale giudicata impertinente e marginale. Le streghe di Guadagnino sono dichiaratamente esito e (insieme) raffigurazione di un disturbo relazionabile. Togliete dal film il personaggio dell’analista Dr. Klemperer e tutto rimarrà sospeso a mezz’aria. Soprattutto le coreografie, ingombro quasi totalizzante del rappresentato, assumeranno un valore quasi esclusivo sul versante della forma del contenuto. Perciò l’apertura del film è da tenere ben presente. Quella di Patricia (Chloë Grace Moretz) non è una figura secondaria. La ragazza mostra sintomi che il curatore non riesce a curare. L’accademia di danza, scenario del film di cui Patricia  è allieva, non le salva la vita. Klemperer non può fare altro se non tentare una spiegazione dei “fatti”, in termini di pregresso e anche secondo una sua lettura testimoniale – tanto che nel pregresso siamo quasi-autorizzati a vedere una sovrapposizione identitaria. Egli stesso, Klemperer, sarà il pregresso. Fatto sta che Patricia esce violentemente di scena mentre il film sta appena per avviarsi (saranno 152 i minuti) e l’unica ragione della catastrofe personale è riferibile, per il momento, a una certa frequentazione di gente non bene identificata, o meglio di cui non sappiamo altro se non il fuggevole – ma forte – richiamo “documentario” di alcuni brevi spezzoni che citano i disordini relativi alle gesta della Banda Baader-Meinhof, come fu chiamato il gruppo di estrema sinistra fondato in Germania nel 1970 e operante specialmente nel ’77. Triste coincidenza con l’anno del film di Argento. A quella Banda va la mente quando, più in là, Klemperer, il quale non crede alle streghe, sussurrerà che “persone hanno rimorsi, compiono delitti e li chiamano magia”. Le streghe ci sono, nel film si vedono, ma rappresentano l’interpretazione di fatti più che dei fatti l’esser protagoniste. E comunque l’interpretazione è dinamica, visto che lo spettatore non mancherà di annotare un interrogativo non trascurabile: “Perché sono così inclini a pensare che il peggio sia già passato?”. Sono, siamo? Sia come sia, Guadagnino trova il modo di esaltare la componente coreografica nello sviluppo non-diegetico, trasformando a proprio vantaggio, cioè in suggestione formale, la scelta registica. In fondo, si potrà dire, il filo del film è mosso dall’arrivo di Susie Bannion (Dakota Johnson), ragazza americana vogliosa di misurarsi nella danza al più alto livello di addestramento, in una scuola europea di sicuro prestigio. E per tutto il film l’arte moderna di sottrarre il corpo alle leggi della “grazia” convenzionale e della gravità fisica verrà controllata dall’austera, rigida, esplosiva, (auto)distruttiva coreografa Mme Blanc (Tilda Swinton). La possibile esplosione estetica segue un drammatico destino implosivo, togliendo aria a soluzioni pacifiche e lasciando una scia tormentosa di “tac” muscolari/ossee non certo ottimistiche bensì retroattive, riguardanti l’accenno forte iniziale. È di seguito a quello che, quando Susie danza, qualcosa si spezza. In quell’accadamia non sono le streghe a far paura, è la loro inconsistenza (morale?). L’obbiettivo della macchina da presa non ne “registra” l’essere, ne emette la drammatica, orribile tristezza. Volendo, si può anche partire dal dato, riconoscibile, della multiforme interpretazione della Swinton (allo spettatore il compito di ri-conoscere il suo volto in quello di altri due personaggi). Una sensazione di mortale restrizione, di orribile sinergia prescrittiva ci assale e non si decide a lasciarci, se prima del Dio cristiano e prima del Diavolo – come racconta Klemperer – tre grandi Madri manipolarono il mondo con le loro Tenebre, le loro Lacrime, i loro Sospiri. C’è qualcosa di molto interno, che dura, se Susie quando pensa di “fottere” pensa – così dice a Mme Blanc – a un animale. Si può uscire frastornati, colpiti confusamente da sensazioni di radice medievale e da chiavi di lettura molto “attuali”. C’è qualcosa di irrisolto a frenare e alimentare l’arte. [Venezia 2018, concorso]

Franco Pecori

 

 

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1 gennaio 2019