La complessità del senso
16 10 2019

I morti non muoiono

The Dead Don’t Die
Regia Jim Jarmusch, 2019
Sceneggiatura Jim Jarmusch
Fotografia Frederick Elmes
Attori Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi, Danny Glover, Caleb Landry Jones, Rosie Perez, Eszter Balint, Iggy Pop, Sara Driver, RZA, Carol Kane, Austin Butler, Luka Sabbat, Selena Gomez, Larry Fessenden, Rosal Colon, Sturgill Simpson, Maya Delmont, Taliyah Whitaaker, Jahi Winston, Tom Waits.

Tutto bene vi pare, no? No, non è Tarantino. Il riferimento horror/zombie in forma di “commedia” non indica riutilizzo e prosecuzione, non approfitta della rendita estetica per una rilettura strumentale. L’immedesimazione nel genere è nella forma dell’espressione più che del contenuto, non dà luogo a chiavi di lettura mimetica del tipo “tratto da un genere vero”. Gli zombi della piccola città di Centerville sono un’idea induttiva, delineano un’ipotesi operativa, un metodo di ricerca. Se oggi qualcuno può sostenere che la Terra sia “piatta”, qualcun altro può pensare a una Terra “fuori asse”. Centerville è un centro abitato di poco conto, praticamente nessuno ne sa l’esistenza, eppure proprio lì accadono fenomeni, la luce del giorno si attarda fuori misura, un eremita (Tom Waits) nei boschi vicini può raccontarci le sue osservazioni decentrate, istintive e non preconcette. Altri testimoni si contano sulle dita delle mani, Steve Buscemi è il razzista Farmer Miller. La scena è quasi deserta, astratta e realistica insieme, per il miracolo dell’arte. La gestione delle Onoranze Funebri è da poco cambiata, a Centerville: non sarà stato uno spostamento di poco conto. Potremo costatare che la nuova cura dei morti avrà avuto conseguenze di rilevanza aliena. Affidata a Tilda Swinton, la parte di Zelda Wintson, spada da samurai e digitazione superesperta, sarà segno determinante per una password del senso circa il destino della vita (e della morte) umana sul Pianeta (e nell’Universo). Sì, i morti escono dalle tombe del piccolo cimitero, cercano il loro nutrimento nella carne dei viventi. Se ne accorgono, Cliff Robertson (Bill Murray) e Ronnie Peterson (Adam Driver), agenti di polizia. Con loro anche Mindy Morrison (Chloë Sevigny), poliziotta inorridita. Roba già vista, si dirà. No, non così. Il film ha un andamento calmo che, rispetto al ritmo di montaggio delle produzioni in circolazione, denuncia una provenienza sospetta. Sulle prime, viene da attribuire la “calmezza” alla dominanza di un attore simbolo come Bill Murray (pensando soprattutto a Lost in Translation e Broken Flowers), ma poi, con l’entrata in scena degli zombi, ci accorgiamo che il film/cinema vive/muore del medesimo respiro, tanto che l’omaggio di Jarmusch a Romero (si deve ancora citare il sessantottino La notte dei morti viventi ?) perde di peso, a favore di un rilancio autoriale di altra prospettiva. Il tono “leggero” è apparente, la commedia trae in inganno. I morti sono il film, il film siamo noi. È un po’ la medesima proposta, provocatoria e seria, per lo più non rilevata, del doppio Loro del sornione Sorrentino. Il film di Jarmusch rifiuta una dimensione impersonale, distributiva, costretta al genere: preferisce l’immedesimazione nel destino storico  – storia umana, storia dell’arte – e prefigura se stesso, zombi/cinema nato dalla zombi/umanità còlta nel suo estremo momento di sopravvivenza. Come se The Dead Don’t Die fosse stato girato dagli zombi. E certo, le istanze interne, le drammatiche malinconie di quei morti aggressivi e ciondolanti hanno i connotati degli stessi users che popolano la civiltà avanzata: stesse abitudini rimpiante, stessi desideri da oggettistica, stesso sguardo all’indietro. Caramelle, succhi di frutta, wi-fi. C’è un negozietto a Centerville, che mescola nostalgia culturale e vizio del culto di vecchi e nuovi “arrivi”, ferramenta, cose, dischi, immagini, magliette. Non sarà risparmiato. Frattaglie parlano di sé. La Country Music di Sturgill Simpson, con la canzone che dà il titolo al film, è presente e non copre, copre e non è presente, non segna un traguardo né memorizza una partenza: risuona semplicemente, come tutto il suono che dalla radice blues/Jazz si è disperso fino a noi nella Ripetizione: “After life is over, the afterlife goes on”, non è una certezza e nemmeno un auspicio, è una nostalgia. Apocalisse? Un’immagine, certo. La previsione, come figura retorica, non è nemmeno geniale: lo spettatore è ammesso ai segreti della sceneggiatura, invitato dallo stesso Peterson, il quale confessa al suo capo, Robertson, poliziotto più anziano, di aver avuto il privilegio di leggere in anteprima lo svolgimento che gli fa ripetere fin dall’inizio: “Andrà a finire male”. È il film che si rivela a se stesso, film d’apertura a Cannes 2019, il festival che ha premiato con la Palma d’Oro il coreano Gisaengchung (Parasite), di Bong Joon-ho. Morti non morti e Gisaengchung, per riflettere.

Franco Pecori

Print Friendly, PDF & Email

13 giugno 2019