La complessità del senso
23 06 2017

Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick

film_heartofseaIn the Heart of the Sea
Regia Ron Howard, 2015
Sceneggiatura Charles Levitt
Fotografia Anthony Dod Mantle
Attori Chris Hemsworth, Benjamin Walker, Cillian Murphy, Tom Holland, Ben Whishaw, Brendan Gleason, Frank Dilane, Charlotte Riley, Paul Anderson, Michelle Farley, Joseph Mawle, Donald Sumpter, Jamie Sives, Gary Beadle.

L’arte e la verità dei fatti: due mondi concettuali diversi, tanto che l’utilità di uno scambio di pertinenze in pratiche comuni, di critica e di teoria, è teoreticamente pari a zero. Già le diversità semiologiche tra letteratura e cinema rendono impertinenti – anche se purtroppo molto frequenti – i discorsi sui rapporti tra libro e film, se poi il lettore di un romanzo come Moby Dick si domandasse come fosse veramente andata l’avventura narrata nel 1851 dal newyorkese Herman Melville, nulla verrebbe aggiunto o sottratto al valore estetico del racconto. Curioso, in tal senso, il successo del libro di Nathaniel Philbrick, Nel cuore dell’Oceano – Il Naufragio della Baleniera Essex, vincitore del National Book Award per la Saggistica, nel 2000. Tuttavia il lavoro di Philbrick non riguardava la sfera dell’arte. Ora il regista Ron Howard (Apollo 13 1995,  A Beautiful Mind Oscar 2002, Il codice da Vinci 2006, Rush 2013) ha voluto fare un altro passo in avanti, affidando alla “verità” delle immagini cinematografiche il ruolo di un ulteriore riduzione della distanza tra il “fatto” di quella certa caccia alla balena e il racconto di Melville. Qui il grado di curiosità si riduce di molto. Aumenta invece il piacere dello spettacolo, al di là dell’equivoco – molto frequentato purtroppo anche questo – del valore “documentario”, cioè di verità referenziale, del cinema in quanto obiettivo. Il film segue la traccia rievocativa suggerita dall’incontro dello scrittore con uno dei superstiti dell’avventura della baleniera del New England, Essex. Nel 1820, al tempo di maggiore fioritura della caccia alle balene (il loro olio era come oro), l’equipaggio andò incontro alla terribile avventura non solo dell’affondamento ma dell’attacco, che sembrò “persecutorio”, del mostruoso capodoglio (30 metri di lunghezza, con una coda di 6 metri per un peso di 80 tonnellate). Trent’anni dopo, lo scrittore Melville (Ben Whishaw) rintraccia l’ormai vecchio  Nickerson (Brendan Gleason), allora mozzo alla prima esperienza (Tom Holland), e lo convince a pescare nel fondo dei suoi ricordi-incubo, con l’intenzione di scrivere il romanzo che sarebbe divenuto una delle più significative opere della letteratura contemporanea, parte essenziale delle rivoluzioni narrative del XX Secolo. Il raccordo tra le varie sequenze avventurose è dato dal colloquio dei due personaggi nell’ambiente raccolto e fiocamente illuminato della povera casa di Nickerson. Al vecchio marinaio il compito di esprimere dubbi e riflessioni sul senso di quel lontano e drammatico evento. Inutile riassumere qui schematicamente i temi sottostanti del Moby Dick letterario, magari nell’insufficiente intento risarcitorio verso i non-lettori del capolavoro originale. Per la ragione espressa sopra, converrà una lettura, o anche rilettura, diretta delle pagine scritte. Attenendosi alle immagini del film, la tecnica 3D e l’uso non poco elaborato delle telecamere piazzate in tutti i possibili punti di prospettiva rendono “viva” la partecipazione fisica dello spettatore all’avventura nella baleniera, veliero di 30 metri molto simile al vero d’epoca. Immaginabili gli ostacoli del mare aperto, la tempesta, l’avvistamento delle balene, lo stupore/orrore per le dimensioni dell’esemplare “bianco”, il quale non si limita a subire la propria sorte di vittima dell’avidità umana ma sembra volere ribellarsi all’assalto, quasi con un triste e amaro per quanto doloroso “rimprovero” lanciato all’umanità intera. Sta qui l’evidente aggiornamento in chiave ecologica, lettura impossibile all’epoca di Melville. La forza combattiva della balena produce la sofferenza anche atroce dei suoi cacciatori, i quali, rimasti senza nave nell’attesa disperata di un evento salvifico, attraversano momenti di tragedia che ovviamente non conviene raccontare. E’ in questa fase che l’arte di Howard, dovendo applicarsi a un livello di ulteriore profondità del senso, resta purtroppo ancorata ad una spettacolarità prevedibile, sia pure in un’apprezzabile grado di rispettosa osservanza di consuetudini catastrofiche. Piuttosto manieristico lo scontro tra il primo ufficiale della Essex, l’esperto Chase (Chris Hemsworth) e il più giovane capitano Pollard (Benjamin Walker). Questa struttura, vista e stravista al cinema, finisce per mantenere in secondo piano il tema più profondo, dell’importanza e problematicità del raccontare, nel confronto con la “verità” dei fatti, tema che diviene esplicito soltanto nel sottofinale, quando i responsabili del disastro in mare si trovano davanti al problema di risponderne, da una parte in tribunale e dall’altra ai propri datori di lavoro. Altro che “ai confini della ragione”: più facile a dirsi che da fotografare.

Franco Pecori

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3 dicembre 2015