La complessità del senso
18 06 2018

La tecnica

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Un capitolo dal libro

Franco Pecori
Dicevamo cioè
Ricognizioni tra narrare e comprendere

ilmiolibro.it 2013

 

Il nonno è preso da un senso di solitudine, come se la tecnica non comprendesse il suo linguaggio o fosse estranea ai ragionamenti umani. L’estraneità dell’oggetto sembra una necessità che sovrasta le buone intenzioni. Il nipotino lo sta ad ascoltare, dopo cena ogni sera. Seduti l’uno accanto all’altro sul lato lungo del letto, vanno avanti senza darsi un tempo, aspettando il sonno e i sogni. Ultimamente il discorso va sempre più spesso sui miracoli della tecnica. Il nonno un po’ racconta, un po’ pensa tra sé e sé. Quando s’accorge che il piccolo smette di seguirlo e guarda lontano, gli basta una carezza per farlo rientrare nel ragionamento. Sì, perché tra loro due si ragiona. Si parla del passato e del futuro, del romanzo del mondo, di una storia lunga che non finisce mai, che ogni tanto ricomincia quasi senza memoria. Si parla della tecnica moderna.

Capita che nel giardino di casa, racconta il nonno, incontri una signora dall’aria distratta, la saluti educatamente, cominci a parlare del tempo, fai un accenno ai costumi che cambiano, ammicchi alla strana concentrazione di un giovane che ha un rapporto intimo col suo cellulare, proprio lì accanto – ci parla, lo ascolta, lo scuote, lo ricarica, lo consulta accarezzandolo nervosamente col pollice, lo attacca all’orecchio come per un’ispezione degna di una visita da otorino; e butti là un “Dove andremo a finire” sovraccarico di senso. Ma la signora guarda avanti, l’impressione è che non capisca la tua lingua. O forse non vuole saperne, non è interessata a discorsi che per lei sono vuoti.

Non fu sempre così, il piccolo lo sa. Il nonno gli ha raccontato che La macchina volante di Leonardo si mostrò felice di vedersi nascere, sia pure nel solo disegno (1488). È pura immaginazione, ma che altro possiamo fare parlando di tecnica quando ci piacerebbe di più parlare con la tecnica?

“Ciao, macchina!” Il nipotino si compiace della finzione. Oggi la navetta spaziale, mentre va e torna da viaggi senza peso, metafore di un futuro tecnologico in progress, pare ancora, se non proprio felice, almeno consenziente. Sembra sensibile, si scalda, è pronta anche a bruciarsi per portare a termine la missione. Conserva un tratto di donna, di signora con la quale si può dialogare, dire “Buongiorno, bentornata”. Il suo giardino è molto diverso da quelli dove il nonno porta il piccolo a giocare, non è verde e non sente le stagioni, ma lascia ampio spazio ai lavori in corso; e la signora non pone questioni, non fa domande, senza per questo sembrare indifferente. Si mostra docile. Così pare alla fantasia, proprio nel momento in cui la coscienza svanisce, al tramonto della centralità, dell’Umanesimo. La sentiamo andare via, ci prende una nostalgia, un sentimento comune, intenso, che si prova per esempio di sera, al tramonto.

Potremo vivere senza coscienza? Noi no, per quel che sentiamo. Ma una cancellazione pare già possibile. È all’esterno, nella tecnica. Viene il giorno che abbiamo dimenticato di personalizzare gli oggetti. E gli oggetti, figli della tecnica – sia pur solo linguistica – non si ricordano di noi. Arriva. Ed è solo un primo stadio. Poi non si ricorderanno nemmeno di se stessi, del progetto che li ha posti in essere.

Umanesimo. Al servizio dell’Uomo. Parola morta. L’Uomo non c’è e la memoria è dispersa, cenere al vento di un funerale cosmico. Anche cosmico non ha molto senso, è metafora morta come “le gambe del tavolino”, non è utile alla sopravvivenza. La tecnica non è interessata – veramente, non lo sappiamo, è una supposizione che deriva dalla presupposizione primaria, su cui si basa la convenzione del poter parlare e comprendere. Ma forse lo dobbiamo supporre: la tecnica, fredda, non pensa più a noi ormai da molto tempo. Non avverte, anzi, neanche il tempo che la separò o la unì ai nostri nipoti.

Il nipotino tocca delicatamente la gamba del nonno per riportarlo in sé. Si era messo a parlare ad alta voce di cose astruse, raccontando sogni incomprensibili. Lui, il piccolo, è rimasto alla macchina volante di Leonardo: “Ciao macchina!” Non capisce bene la differenza con l’astronave, gli sembrano invece due cose molto simili. Volare è bello, entusiasma, porta lontano, lo spazio diventa futuro. Quella signora distratta lasciamola stare e partiamo per un altro sistema, verso una galassia nuova.

La fantascienza ha il suo fascino, come le fiabe. Ci fa sembrare capaci di creare il mondo a nostro piacimento, tanti mondi diversi al nostro servizio. Al bambino piace essere servito, lo chiede a ogni momento della giornata. Dà in cambio l’obbedienza quasi incondizionata ai piccoli doveri di comportamento, la mattina, il pomeriggio, la sera. Poi la sera, però, lo ricambia mille volte. Tramite il nonno, un mondo fantastico è pronto ad assecondare i suoi desideri più inverosimili. E la scienza aiuta a inventarli. La tecnica è a disposizione. Al servizio. Macchine volanti spaziano fra i grattacieli, occhiali magici permettono di vedere non solo al buio ma attraverso i corpi e anche dentro i corpi.

Gli umani non hanno più nulla da nascondere, anche l’anima si vede chiaramente, assume le forme più inaspettate rivelandosi allo sguardo di chiunque. Non sarà necessario essere presenti, basterà avere un piccolo apparecchio elettronico, una specie di quello che una volta si chiamava iPhone. Ora si accende col pensiero, mostrando la vita spirituale della persona pensata. Il nonno è bravissimo a suscitare sogni veritieri. Perciò ogni sera il nipotino siede accanto a lui ad ascoltarlo, sul lato lungo del letto.

Non sarà sempre così. Il nonno cerca di dirlo al piccolo, pian piano, con delicatezza e in modo che il suo nipotino possa comprendere l’importanza della rivelazione. In verità, è un segreto che si porta dentro e che ha paura di esternare. Ma al piccolo vuole dirlo perché è questa, forse, l’ultima cosa buona, umana, che gli resta da fare prima che tutto cambi. E la vuole fare per lui, il bambino che forse vedrà il vero futuro. Vero futuro? È difficile spiegarlo, pensa tra sé. Prova a dirselo senza parlare, ma non riesce a essere chiaro nemmeno con se stesso. Gli sembra di avere un’intuizione profonda e fulminante, tanto che per tradurla in parole avrebbe bisogno di una lingua speciale. È un mondo che non abbiamo mai immaginato, ecco il problema. Improvvisamente il nonno, il quale pure ha molta esperienza non solo per l’età che gli ha fatto vivere cambiamenti epocali come l’evolversi del rapporto tra agricoltura e industria, tutto d’un tratto non trova le parole, si sente inadeguato, straniero. Straniero è una metafora inadeguata, letteraria. Il cambiamento non appare come l’ultimo esito di un’evoluzione. Una gomma universale – deve essere stato qualcosa di simile – ha cancellato ogni memoria, almeno nel senso che possiamo ancora intendere riferendoci alla storia e alla scienza. A guardar bene intorno, impossibile a dirsi, non si vedono riferimenti al passato. Nessuna somiglianza con oggetti conosciuti. Nessuna traccia dei robot più evoluti né dei replicanti come credevamo ce li anticipasse la fantascienza. Soltanto una sensazione freddissima del Delete Globale, quasi impercettibile e a scadenza rapidissima. Così sembra. Pochi istanti per l’uomo. Lo scenario? Dire che vi sia una prospettiva, che siano misurabili dei volumi, o che il tempo di un passo lasci traccia in un qualche strumento di registrazione, significherebbe sentirsi vivi, vivi come una volta. Sola giù in fondo – tanto per dire, ancora col residuo di parole in rapidissima estinzione – la sagoma della signora, appena rintracciabile nella trasparenza quasi totale che taglia gli spessori e trasforma il movimento in un cenno ideale, lampo d’una galassia – facciamo conto – dispersa nel nulla. La signora si mantiene lontana, non respira e non guarda. Non sappiamo se vede. Pare che sappia, però. Che sappia tutto, tutto ciò che c’è da sapere.

Conoscere? Conoscenza sarebbe un’altra metafora inutile. Del resto, cade prima che il nonno possa riappropriarsene. Non si è sentito mai così vecchio e morto. Sapiente, la donna non fa tesoro di ciò che sa. Non ha bagagli con sé. È ospite del primo albergo che capita, diremmo noi nel mondo. È nuda. Non ha bisogno di coprirsi, nessun freddo né caldo, nessun compiacimento né malessere. Nessun interesse, sembra. Nemmeno lontana, si direbbe. È lì per sbaglio? Per un errore commesso da chi? Tutte domande senza risposta, si dovrebbe dire senza domanda, se ormai il pensiero avesse un senso.

Un mondo che il nonno non sa raccontare al piccolo. Da dove gli viene questa esperienza nuovissima? È forse impazzito? Lo hanno ricoverato? Ma no, il nipotino è lì accanto a lui come tutte le sere, niente è diverso. Sembrano passati mille anni, ma è stato un istante. Al bambino riferirà della strana notizia appresa non molto tempo fa, proveniente da Pittsburgh, Stati Uniti. Un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University, con un computer e uno scanner, è riuscito a “leggere” i pensieri, almeno quelli più elementari, di un cervello umano. Perché lo scanner divenga più bravo e sappia perfettamente impadronirsi del pensiero altrui è questione di tecnica. Guarderà solo avanti, al futuro? Non ne avrà bisogno.

Futuro è una metafora che può andar bene per la tecnologia. La tecnica è una signora indifferente, che bada solo a se stessa, con fredda determinazione. Non ha programmi che non riguardino la propria vita inanimata. Non si ricorda di te, mio piccolo nipotino. Ma come faccio a trasmetterti questa mia sensazione, così rapida e fulminea che non ha parole neanche parzialmente adeguate? Il nonno si sente inesistente. Il piccolo gli chiede come mai questa sera egli si fermi, a tratti, smetta di raccontare fissando un punto della parete senza più dire niente.

Il nonno non risponde. Vive un ultimo attimo di angoscia. Sente che bisognerebbe trovare il modo di misurare il tempo, il tempo di cui avrà bisogno la signora per cancellare il giardino – Delete – e annullare il viaggio dei diseredati del mondo verso l’inutile conquista del Benessere. È un tempo che scorre smisuratamente disuguale, si lascia doppiare: mìrino gli altri al traguardo, il senso tecnico della vita non ha senso. Non il senso tecnico, ma la tecnica. Senza più tecnologia. È troppo tardi. E anche questo, chi saprebbe dirlo all’orologio?

Altra cosa è la tecnologia. È un’altra signora, ancora in carne e ossa, ragiona in termini umani. Bada al mercato, al profitto. La salute? Pronti a sostituire i pezzi del corpo, non servirà più curare la malattia. Prevenzione? Una favola, una fede per le masse povere: al dunque, conterà avere il pezzo nuovo. E così per i grandi problemi “materiali”. Necessario mettere la chimica al servizio della continuazione della vita, conta la sostanza non il grano. L’inquinamento? Si può stare condizionati in ambienti chiusi, gradevoli in altro modo e anche esclusivi.

Dal punto di vista del profitto, si farà prima e meglio a costruire un megastore/città che non a purificare un mare inquinato, fosse pure un piccolo mare. L’energia? Purché produca ricchezza, accumulo. Alla ricerca costante di nuove felicità, la signora traduce i desideri in oggetti dal carattere morbido, li trasforma in comodità sognate, confeziona i giorni in pacchi-regalo e li distribuisce secondo una scala di successo rigida e implacabile. La selezione è durissima. I rifiuti? Trasformarli in sogni e magari “gettarli in fondo al mare”. C’era una volta (1958) Domenico Modugno. Soltanto due anni dopo il successo mondiale di Volare, il volo nel blu si era già inabissato: “Libero voglio andarmene,” cantò il menestrello, “libero non cercatemi / e i ricordi, i ricordi / gettarli in fondo al mare.” Altra cosa è la tecnologia. Non è sensibile allo scorrere delle stagioni poetiche, pensa al trasferimento. Si andrà nello spazio. La fabbrica dei pezzi nuovi è già in funzione. È spietata, non piange non ride, vuole il benessere, progetta secondo un suo tornaconto, vede nell’umanità lo sviluppo di una voglia (libido) smisurata, libera da costrizioni insensate, spirituali. L’umanità vorrebbe sopravvivere. Vorrebbe.

Il problema è la tecnica. Non ragiona, non ha pensiero, non progetta seguendo nostalgie, non capisce la nostra lingua, non attinge ai nostri magazzini. Da tempo non parla più nemmeno con la signora in carne e ossa. Parla con se stessa? Non ne ha bisogno. Non parla. Aziona il meccanismo che la muove senza più conoscerlo. Non gli va dietro né lo precede. Lo è. Il nonno si rende conto che non riuscirà mai a raccontare al piccolo questi pensieri che quasi ogni sera, mentre parla con lui, lo turbano e spesso gli fanno perdere il filo. Non potremo entrare nelle stanze della tecnica, sussurra sconsolato. Non ci sono stanze. Non più. È tardi e non sappiamo come dirlo all’orologio. Il bambino vorrebbe starlo ancora a sentire, vorrebbe che quel racconto trasognato e fantastico non finisse mai. Ma il nonno è stanco, ha una strana voce ora.


Franco Pecori, La tecnica, in Dicevamo cioè, Ricognizioni tra narrare e comprendereilmiolibro.it, 2013


 

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11 gennaio 2017