La complessità del senso
25 09 2017

Arrival

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Regia Denis Villeneuve, 2016
Sceneggiatura Eric Heisserer
Fotografia Bradford Young
Attori Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Mark O’Brien, Tzi Ma, Abigail Pniowsky, Julia Scarlet Dan, Jadyn Malone, Frank Schorpion, Lucas Chartier-Dessert, Christian Jadah, Sonia Vigneault, Mark Camacho, Larry Day.

L’arrivo di extraterrestri sul nostro pianeta, o almeno il possibile contatto con esseri di altri mondi è ormai un’idea entrata nell’ordine della probabilità scientifica. Entro tale ordine, il problema principale è la comunicazione. Nella nuova epoca elettronica sembra già più facile intendersi tra umani anche molto diversi e distanti, per radici culturali e per vita nel territorio. Ma la Dott.ssa Louise Banks (Amy Adams), espertissima nella traduzione da tutte le nostre lingue, antiche e attuali, fa presto a rendersi conto che per comunicare con un essere di cui non si conosce la provenienza né la ragione dell’Arrivo non basterà la linguistica. Dal vocabolario e dalla grammatica occorrerà passare al segno e al senso. Il regista canadese Denis Villeneuve (Prisoners, Enemy 2013, Sicario 2015) interpreta con belle e opportune immagini l’improvvisa presenza dell’oggetto alieno – suggestiva e originale la forma del grande “sasso” (scenografia di Patrice Vermette), ben calibrata la luce soprattutto nei toni attenuati, nuovo anche il suono realizzato da Sylvain Bellemare, con l’idea di simulare il rumore di rocce durante un terremoto – e sbriga con giusta disinvoltura la pratica degli stereotipi dell’Arrivo, gli “oggetti” atterrati in dodici punti strategici del Pianeta, l’allerta dei governi, il ruolo incisivo dei massmedia nella raccolta e trasmissione diretta delle più scontate espressioni di preoccupazione e di scelta sul “che fare”. Proprio l’ovvia referenzialità, interna allo stesso pregresso anche cinematografico (eccezion fatta per gli Incontri spielberghiani, nei quali prevale la qualità poetica), rende più sensata la mira sul target “scientifico” del racconto (il punto di partenza letterario è “Storia della tua vita” del cinese Ted Chiang), dove per scientifico è da intendersi anche la relazione implicativa tra filosofia del linguaggio e concezione non lineare del tempo (l’idea di tempo lineare, mirato sul traguardo finale del Giudizio, è attribuita a Sant’Agostino d’Ippona, 354-430). Nella formazione del team incaricato dal Colonnello americano Weber (Forest Whitaker) di risolvere il mistero dell’oggetto alieno, in una vera e propria corsa alla comunicazione, sensata è la presenza del fisico-matematico Ian Donnelly (Jeremy Renner). Si tratterà di stabilire un contatto al buio, di cui non si conoscono le conseguenze. L’avvio del film è sul tema dell’elaborazione del lutto da parte della protagonista per la perdita della piccola figlia, Hannah – attenzione: un nome che si può leggere nelle due direzioni inverse. Il dolore produrrà via via nella mente di Louise i flash rivelatori di condizioni spiegabili con gli stessi strumenti d’indagine costruiti in progress nel tentativo di comunicare con gli alieni. Tempo (direzione) e linguaggio si uniranno nella traccia metodica, nella ricerca del senso da attribuire all’incontro. E verrà risolto il rischio di errore nell’interpretazione delle “risposte” aliene agli imput-sonda che coraggiosamente Louise lancia agli eptapodi  (suggestiva e coerente l’invenzione delle due figure “primordiali” con cui due alieni si manifestano) inoltrandosi all’interno del “grande sasso” fatto di materiale sconosciuto. Arrivati al punto cruciale, c’è da interpretare il segno che sembra traducibile in “arma”. Sarà proprio un senso inverso a quello che la nostra Storia ci ha tramandato. E sarà coerente, invece, con le proprietà di un linguaggio “altro”, circolare, come di chi sappia scrivere una frase con entrambe le mani e dunque ne conosca la fine mentre traccia l’inizio. E’ un’altra cultura, la consapevolezza della quale passa anche attraverso il senso di un linguaggio diverso. Louise comincia a entrare in contatto in modo diverso anche con la propria vita, col proprio passato e col proprio futuro. Ma qui la fantascienza artistica tende a cedere il passo a fantasiose teorie prescrittive, come l’ipotesi di Sapir-Whorf, citata esplicitamente nel film, secondo cui lo sviluppo cognitivo di un essere umano è influenzato dalla lingua che parla. E non è un caso che sul finale sembra fare la sua comparsa il fantasma di Malick: una nuova Nascita. Sarà meglio godersi la fantasia estetica dell’Arrivo. E comunque, accettare per buono un invito al dialogo universale. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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19 gennaio 2017