La complessità del senso
23 11 2017

Il cliente

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Regia Asghar Farhadi, 2016
Sceneggiatura Asghar Farhadi
Fotografia Hossein Jafarian
Attori Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajjdihosseini, Mina Sadati, Maral Bani Adam, Mehdi Kooski, Emad Emami, Shirin Aghakashi, Mojtaba Pirzadeh, Sahra Asadollahe, Sam Valipour.
Premi 2016 Cannes: Asghar Farhadi sg., Shahab Hosseini at. 2017 Oscar: film str.

Complessità delle relazioni umane? Altroché! Teheran oggi. Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Taraneh Alidoosti), coppia di attori di teatro impegnati nella messinscena di un Arthur Miller (Death of a Salesman) ristrutturato al minuto secondo, piombano nelle conseguenze della precarietà strutturale, non solo architettonica, della città, in un quadro sociale non precisamente cristallino, dove trovare una casa in affitto può presentare qualche problema inaspettato. Un collega della compagnia in cui sono impegnati aiuta Emad e Rana a trovare una sistemazione, i due hanno intenzione di mettere al mondo un figlio e accettano, anche sapendo che l’inquilina che li ha preceduti non ha ancora liberato delle sue cose la casa. Intanto Emad non ha il tempo di rifiatare, è professore di scuola media, serio e appassionato, e cerca di fare la sua buona parte anche sul palcoscenico. Mentre seguiamo le piccole-grandi fatiche delle prime giornate nella nuova abitazione, tutta da risistemare, e prendiamo – per così dire – coscienza di una quotidianità non semplicissima, entrano nella sceneggiatura, di attimo in attimo, elementi implicativi di un thriller in formazione; e qui si evidenzia la specificità della poetica di un autore come l’iraniano Asghar Farhadi (Una separazione Oscar film straniero 2011, Il passato 2013, premiato a Cannes per l’interpretazione di Bérénice Bejo). Per il regista già la realtà profilmica ha in sé le proprietà di un thriller esistenziale, dove concorrono aspetti umani/morali/civili e, insieme, di pratica del vivere da cogliere nella dimensione minima e non “scritta”, bensì da “scrivere” con la cinepresa/moviola. Lo dicevamo già nel 2013: La sceneggiatura come parte essenziale non tanto del film quanto della sua concreta realizzazione. Al susseguirsi delle sequenze avvertiamo precisamente come esse scaturiscano non dalla “esecuzione” dello script bensì dalla sua realizzazione “live”. E qui per questo Cliente, più l’obbiettivo si avvicina ai personaggi, più li segue, li taglia e li incolla nella loro esistenza “minima”, più il loro respiro, il loro corpo, le loro incombenze irrilevanti divengono forme di un contenuto che sale, cresce, si allarga a tematiche impegnative, soprattutto sul piano morale, relativo a l’orizzonte di una contemporaneità in fieri, confrontabile e da confrontare col contesto più ampio e articolato del mondo indiviso. Il cliente è qualcuno che in quella casa era abituato a recarsi per trovare l’inquilina, ora fantasma assente ma più che presente nella “normalità” delle vite nascoste, nel sommerso delle scelte e delle abitudini che non si raccontano. Non si raccontano anche se lasciano una traccia di sangue e fanno piegare lo sguardo per un pensiero che pesa, per un segreto inaspettato. Qualcuno entra nella porta socchiusa, l’ha aperta Rana, convinta che a bussare sia stato Emad, e s’è messa sotto la doccia. Da qui in poi, il gioco dei sospetti e delle responsabilità, delle bugie e delle possibili verità che possono cambiare la vita è rintracciabile in ogni sequenza, tanto più quanto Farhadi fa di tutto per “normalizzare” l’azione e il comportamento dei personaggi. Rana ha rischiato di rimanerci secca e comunque appare traumatizzata, la caccia al colpevole resta aperta fino a un approdo finale – non possiamo raccontarlo – che figura da altra faccia della medaglia e suggerisce l’ambiguità, anche positiva per chi lo voglia, della stessa aria che respiriamo vivendo, a teatro, a scuola, al mercato, nel bagno di casa. Stiamo parlando di un cinema molto impegnativo e anche rischioso, che ad ogni fotogramma mette in gioco l’equilibrio della scelta poetica con il peso delle forme, contenuto ed espressione. Ma è il contesto, interno ed esterno al film, a decidere – come sempre, del resto – sull’efficacia della proporzione. 

Franco Pecori

 

 

 

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5 gennaio 2017