La complessità del senso
21 09 2017

Io e te

Io e te
Bernardo Bertolucci, 2011
Fotografia Fabio Cianchetti
Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar, Tommaso Ragno, Pippo Delbono.
Cannes 2012, fc.

«Per gente come me è sempre prima della rivoluzione», diceva con amarezza il Fabrizio (Francesco Barilli) del secondo film (Prima della rivoluzione, 1964) di Bernardo Bertolucci (La commare secca era del 2962). Qualche tempo dopo, nel ’68, Pier Paolo Pasolini avrebbe volto lo sguardo verso i poliziotti “figli di poveri”, costretti a fronteggiare le violenze del “movimento”. A mezzo secolo di distanza, Bertolucci si applica a un’ulteriore, coraggiosa ricognizione di quella gioventù scontenta e inappagata, sempre e ancora la stessa, ma aggiornata sui parametri del terzo millennio. E continua l’osservazione sim-patica dei sognatori (The Dreamers) del 2003, ravvicinando l’ottica e delimitando lo spazio in un interno/esterno ideale che non cancella la fisicità e in un contesto di corpi/azione che non annulla lo spirito astrattivo. Lontano dai sociologismi e dalla letteratura (nonostante la partenza letteraria del racconto, dal romanzo di Niccolò Ammaniti), il regista “internazionale” dei nove Oscar (L’ultimo imperatore, 1988), gira “sotto casa”, negli spazi della Roma borghese che conosce bene, il “documentario interiore” di Lorenzo e Olivia. Il ragazzo è un quattordicenne ancora brufoloso, dai larghi occhi e solitario, figlio di una madre nevrotica e ossessiva (Sonia Bergamasco). Ha una sorellastra catanese e nemmeno lo sa, la conoscerà all’improvviso, proprio mentre avrà deciso di appartarsi in segreto nella cantina di casa approfittando di una gita scolastica alla quale avrà fatto credere di partecipare. Mentre i genitori pensano che il loro figlio sia in settimana bianca, Lorenzo si gode la sua privacy speciale, un esperimento inesprimibile che non riesce a raccontare quasi nemmeno a se stesso. A differenza dell’appartamento di Ultimo tango, vuoto e simbolico, la cantina-rifugio è disponibile al riassetto personale che il giovane s’illude di mettere in atto. Ma non durerà. E non solo per l’irruzione di Olivia. La ragazza, un po’ teatrante e un po’ tossica, ha una sua disperazione da risolvere e da comunicare. Vede Lorenzo per la prima volta e prova un sentimento doppio, protettivo verso il fratello minore e sensuale, per un’estetica pedagogica che finalmente potrà rivelare anche a se stessa un’utilità di stare al mondo. Il “rifugio” è anche lo spazio limite tra il sogno del cavernicolo e l’in-coscienza del modernissimo: il mondo là fuori può apparire “passato”, ma il vivere nascosto può ormai non bastare più. Bertolucci segue una traccia esistenziale, offrendo all’avidità della cinepresa pasti frugali e selezionati, discrete scelte attinte a una “spontaneità” da profondo artista, conoscitore del cinema; e insieme, persegue l’istanza di una via d’uscita anche narrativa, che dia senso al “thriller”, in una prospettiva rispettosa della posizione provocatoria di Olivia, innamorata del vivere utopico, “senza punto di vista”. Con fare dolce, tutto contemporaneo e carnale, i due giovani tra-scorrono verso un “riveder le stelle” che nessuno, oggi, può non augurarsi.

Franco Pecori

Print Friendly

25 ottobre 2012