La complessità del senso
26 09 2017

Cosmopolis

Cosmopolis
David Cronenberg, 2012
fotografia Peter Suschitzky
Robert Pattinson, Juliette Binoche, Sarah Gadon, Mathieu Amalric, Jay Baruchel, Kevin Durand, K’Naan, Emily Hampshire, Samantha Morton, Paul Giamatti, Anna Hardwick, Patricia McKenzie, GeorgeTouliatos, Maria Juan Garcias, Saad Siddiqui, Philip Nozuka, Jadyn Wong.
Cannes 2012, concorso.

Il barbiere del padre: chi non è stato a ritrovarlo almeno una volta? Frequentazioni interne, non solo ricordi, e perfino – può accadere – soluzioni finali pescate in un flash indietro/avanti che concluda il travaglio di una vita andata a male. Eric Parker (Robert Pattinson) sente irresistibile l’impulso di “aggiustare il taglio” dei suoi capelli e sente che a farlo dev’essere Anthony (George Touliatos) il barbiere che fu amico di suo padre e dal quale il padre lo portava da bambino. La bottega è dall’altra parte della città, Eric dovrà attraversare Manhattan, ma non è certo un problema. Ci andrà in limousine. Del resto, nella sua lussuosa auto bianca Parker in pratica ci vive, l’ha attrezzata di tutti i confort e dei mezzi elettronici necessari a seguire l’andamento della propria attività di finanziere ultramiliardario. Il medico personale, le guardie del corpo, le collaboratrici di tutti i tipi – dalle ricognizioni filosofiche alle soddisfazioni sessuali (Juliette Binoche, Emily Hampshire, Patricia McKenzie)  – e perfino la moglie Elise (Sarah Gadon), algida e straricca, si introducono all’occorrenza nell’abitacolo. Nelle ultime ore le speculazioni devono aver imboccato una discesa molto ripida, il volto di Eric è un po’ stralunato, ma comunque il giovane in camicia bianca sembra reggere bene. Non pare quasi più il vampiro di Twilight. Un solo problema, dei tanti che gli affiorano durante il tragitto, non riesce a risolverlo: dove vanno a parcheggiare, la notte, le limousine che di giorno sfilano per le strade della metropoli? Non sarà basilare ma la questione, vista nel giusto contesto, può assumere la sua rilevanza. Ed ecco il punto. Il film, di cui lo stesso regista partendo dal romanzo di Don DeLillo ha scritto la sceneggiatura, non sfoggia la dicitura “tratto da una storia vera”. Siamo ben lontani dal “documentario”. Certo, la città che vive al di là del vetro della limousine somiglia molto, a tratti, alla Manhattan attuale e non sono inverosimili le figure situazionali che la popolano – la presenza del Presidente nell’ingorgo del traffico, la contestazione anarcoide alla “torte in faccia”, il lancio di topi morti, la minaccia di morte da cui è “impossibile” proteggersi, i rituali delle droghe-pop. E però è il linguaggio la cosa strana, il fattore di diversità. Eric e tutti gli altri parlano come seguendo il filo di metafore inusuali, associano i significati consueti secondo catene di senso che sfruttano la “banalità” dei concetti per un disegno sintomatico di disturbi che vanno oltre il personaggio del protagonista e si estendono per analogia in forma di Cosmopolis. Viene in mente l’Antonioni de La notte e de L’eclisse, affiora nella memoria il tratto letterario del Resnais de L’anno scorso a Marienbad. E non basta, si sente anche un’icastica eco arrivare da Non è un paese per vecchi (Ethan e Joel Coen), giacché gli anni Sessanta non riescono più a salvare il mondo. Citazioni casuali, le nostre, che non vogliono essere riferimenti diretti ai film quanto piuttosto indicare assonanze con un cinema di metafore stranianti, un cinema che coglie la dimensione aliena dell’immagine/parola ri-proiettandola oltre i confini nuovi di novità dolorose e in-significanti. Il pensiero, frantumato in destini non più riassumibili, vive il suo rimpasto aprospettico sull’onda del fallimento a venire della moneta futura. «Il denaro ha perso la sua funzione narrativa», «il futuro diventa insistente», ma «nessuno morirà, tutti verremo assorbiti in flussi di informazioni». Il paradosso si compie nel rapporto perverso tra comunicazione e violenza: «Più visionaria è l’idea, più persone restano indietro», «la logica conclusione degli affari è l’omicidio». L’ovattato silenzio della limousine non può proteggere Eric fino in fondo, la sua calamita lo attira verso una conclusione dura, il sangue non sarà niente a fronte della tensione insostenibile il cui frutto non potrà che essere il nero finale dello schermo discreto e tragico. L’ultimo dialogo è con Benno Levin (magistrale Paul Giamatti), l’uomo specchio contrario che rappresenta il complemento fatale di Eric e gli grida sul nero: «Tu mi dovevi salvare!». A ben vedere, l’horror de La mosca (1986) e il disagio di Crash (1996) non hanno fatto che seguire il loro destino di indicatori storici, fino al traguardo del non ritorno.

Franco Pecori

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25 maggio 2012