La complessità del senso
20 11 2017

A Simple Life

Taojie
Ann Hui, 2011
Fotografia Nelson Yu Lik-wai
Andy Lau, Deannie Yip, Wang Fuli, Qin Hailu, Anthony Wong Chau-Sang, Tsui Hask.
Venezia 2011: Deannie Yip, Coppa Volpi atr.

Succede raramente, nel cinema, che le intenzioni dichiarate dall’autore corrispondano al risultato estetico. La regista cinese Ann Hui, esponente della New Wave di Hong Kong (Josephine Siao, protagonista del suo Summer Snow, è stata premiata con l’Orso d’Argento a Berlino nel 1996), si ritiene fortunata di aver girato A Simple Life con gli elementi cinematografici da lei preferiti: «Una storia vera, approccio realistico, racconto poetico, umorismo, pathos, attori non professionisti insieme a grandi star». La “storia vera” è della domestica Tao che lavora per la famiglia Lee lungo l’arco di sessant’anni, e da ultimo serve Roger, produttore cinematografico, trattato da sempre come un figlio. Mandata dalla madre adottiva a lavorare dai Lee quando aveva 13 anni, Tao ha visto crescere quattro generazioni. L’importanza della “verità” della storia è resa, vedendo il film, dal corrispondente sguardo di Ann Hui, rispettoso di sentimenti autentici e commisurato con poetica discrezione fin nei dettagli del racconto. La fama dei due interpreti – Andy Lau (La foresta dei pugnali volanti, Zhang Yimou 2004) e Deannie Ip (una delle migliori attrici di Hong Kong, premiata più volte per i suoi ruoli di coprotagonista) – si dimostra “solubile” nella sostanza umana della “semplice vita”, sceneggiata senza “letteratura” da Susan Chan e dallo stesso Roger Lee. Come nel neorealismo italiano, ciò che la macchina da presa osserva  e coglie, seleziona e combina, può assumere anche sembianza di fiaba (si pensi all’episodio del ragazzino napoletano e del soldato Joe in Paisà di Rossellini), non è per questo che andrà perso il valore realistico della storia. Sono proprio i dettagli anche minimi a sollevare la “semplicità” del racconto al livello della poesia, proprio come avveniva nel miglior cinema italiano postbellico; e attraverso la poesia, a restituirne il portato referenziale valorizzato nella sua essenza storica. Pensiamo a Tao che, colpita da infarto, viene soccorsa, portata in ospedale, curata e ricondotta a casa. Roger l’accompagna amorevolmente, le apre la porta, lei entra esitando, emozionata ritrova il suo gatto, lo saluta, si guarda intorno, sfiora con la mano un mobile e nota un po’ di polvere: «Hai bisogno di una governante», dice a Roger parlando tra sé e sé. La chiave è questa. La sensibilità e il rispetto, i sentimenti che nella vita quotidiana nutrono il nostro tempo e che ci accompagnano fino agli ultimi giorni. Quando Tao, anziana e non più valida per il suo lavoro domestico, sceglie di rifugiarsi in una casa di riposo, la seguiamo e l’accompagnamo con Roger in quella che sarà ancora un’altra vita, nel microcosmo degli anziani che rimangono più o meno soli e devono riadattarsi alle relative situazioni, nelle loro nuove intimità, nei loro piccoli segreti, nello loro sofferte malinconie. Sarà ancora una vita “semplice” e, nel cinema, anche molto rara, specie guardando i film hongkonghesi.

Franco Pecori

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8 marzo 2012