La complessità del senso
22 11 2017

Il cittadino illustre

film_ilcittadinoillustreEl ciudadano ilustre
Regia Gastón Duprat, Mariano Cohn, 2016
Sceneggiatura Andrés Duprat
Fotografia Mariano Cohn, Gastón Duprat
Attori Oscar Martínez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Nora Navas, Manuel Vicvente, Belén Chavanne, Gustavo Garzón, Julián Larquier Tellarini. Emma Rivera, Marcelo D’Andrea, Pablo Gatti.
Premi Venezia 2016, Oscar Martínez: Coppa Volpi.

I registi argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn, provenienti dalla videoarte, dal cinema sperimentale e autori di proposte innovative per la televisione, svolgono ancora il problema dell’arte nel rapporto con la vita “reale” e il linguaggio comune. Dopo L’artista, in concorso al Festival del Film di Roma 2008, ecco da Venezia 2016 un altro lavoro sul problema della creatività e della “riconoscibilità” dell’arte – stavolta principalmente la letteratura. Drammatico, ma dolorosamente ironico e sarcastico, Il cittadino illustre ha una trasparente funzione critica e prima di tutto indicativa verso la distanza che può correre tra i dislivelli del sentire e del pensare comune rispetto alla visione di uno scrittore. E si parte proprio dal livello massimo di possibile discussione. Daniel Mantovani (Oscar Martínez) riceve dalle mani del Re di Svezia il Nobel per la Letteratura e lascia di stucco la platea ufficiale con una dichiarazione “contro” che dice in sintesi come quel premio sia il segno della coincidenza col gusto del pubblico, mentre invece l’artista avrebbe il compito di discutere con tutti. Per la sua produzione Daniel si è sempre ispirato alla vita e alle figure del paesino in cui nacque, Salas, circa 700 km da Buenos Aires, dal quale se ne andò ventenne. Ora vive in Europa, lo vediamo a Barcellona mentre trasmette alla segretaria personale una sfilza di rifiuti agli inviti da tutto il mondo per premi e cerimonie. Ma sorpresa: arriva anche un invito da Salas e lo scrittore famoso dirà di sì. Non sarà semplicemente un viaggio all’indietro, nella piccola realtà della provincia argentina, sarà una verifica puntuale, dolorosa e profonda, dell’impossibilità di un rapporto trasparente tra una persona colta e aperta alla riflessione e al ragionamento dialettico e l’insieme ottuso degli ex compagni di gioventù, chiusi in difesa della comodità usuale dei propri pregiudizi. La prima accoglienza sarà festosa e sorridente, ma poi Daniel non rinuncia a proporre “lezioni” che contrastano con l’evoluzione stereotipa dei festeggiamenti: “Noi – sente dire – gente comune, lavoratori, ci siamo riusciti…, orgoglio argentino: Diego, il Papa, la Regina d’Olanda, Messi e ora lui, Daniel Mantovani, cittadino onorario di Salas!”. Tutto bene finché non arriva il concorso di pittura e il compito di scegliere e premiare i quadri. Poi, dall’arte e dal linguaggio si passa agli antichi sentimenti. L’ex ragazza di Daniel, Irene (Andrea Frigerio), ora è la moglie di Antonio (Dady Brieva), il quale, arrogante e volgare, si vanta di aver formato quella famiglia che comprende anche Julia (Belén Chavanne), giovane e bella figliola, vogliosa di interrompere la noia della provincia. Gli autori hanno il merito di gestire con equilibrio il progressivo implicarsi della “normalità”, mentre le minime situazioni stereotipe tradiscono una tensione interna alle diverse visioni del mondo, anche e soprattutto tra figure apparentemente “normali”. Emergono temi nel tema generale, come il contrasto – insanabile specialmente per Daniel – tra Potere e Cultura, o come il difficile controllo delle istanze estetiche nel contesto politico/ideologico. Mantovani fa esempi dal valore anche didattico chiarissimi e viene da pensare alla necessità che la scuola avesse, non solo in Argentina, maestri capaci di trasmettere con chiarezza il senso importantissimo dell’autonomia del linguaggio espressivo. Tuttavia non si pensi a un noioso film/lezione con una serie di sequenze didascaliche. La sceneggiatura è ben articolata e si sorride anche spesso con gusto. Meritato il premio veneziano a Oscar Martínez per la Migliore Interpretazione maschile. Il tratto lieve e consapevole dell’attore attenua la spinosità delle situazioni conservandone il più largo senso culturale. In coda, poi, la sorpresa con la quale i registi, semplicemente, restituiscono allo scrittore il valore testimoniale della scrittura. Verrebbe da dire: Buona lettura.

Franco Pecori

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24 novembre 2016