La complessità del senso
25 09 2017

Mia madre

film_miamadreMia madre
Regia Nanni Moretti, 2015
Sceneggiatura Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella
Fotografia Arnaldo Catinari
Attori Margherita Bui, John Turturro, Giulia Lazzaroni, Nanni Moretti, Beatrice Manci ni, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Toni Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Monica Scamassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini, Rossana MOrtara, Antonio Zavatteri, Camilla Semino Favro, Domenico Diele, Renato Scarpa.

Era La stanza del figlio, era Il caimano, era Habemus Papam. Soprattutto e specialmente era Caro diario, cioè Io sono un autarchico: 1976-2011. Erano 35 anni, passaggio significativo di un giovane nella storia. Ora ne sono quasi 40, la madre che muore. Per Nanni Moretti (Brunico, 19 agosto 1953), oltre 60. Il regista ha sempre dato da pensare, con garbo e con meno garbo, raschiando e sputando anche sue verità, sorridendo con ghigno aperto, fulminando con sguardo allusivo. Premiato dai festival (Venezia, Berlino, Cannes), non ha mai fatto il “Cinema”, ha caparbiamente voluto vivere il suo set, impegnandosi in domande (richieste?) imbarazzanti, anche esplicitamente politiche, rendendo presente un passato personale critico-autocritico, prefigurando (dolorosamente minacciando) un futuro invivibile. Ora mostra la faccia ancora più seria (definitiva forse), tanto da chiedere alla sorella (Margherita Buy, misurata, meno nervosa del solito, più aperta e disponibile) di fare qualcosa di nuovo, di più leggero, lei che insiste a dirigere film impegnati, storie di fabbriche occupate, di passaggi di proprietà, di tensioni sociali, con scene di protesta operaia che non la soddisfano per l’insufficiente distacco brechtiano degli attori. La vede soffrire, mentre dirige sul set il divo americano (Turturro), personificazione di un cinema mitomane e amatissimo, attore che ascoltiamo confessare, sbottando in un grido quasi-liberatorio, di voler “tornare alla realtà”. Margherita, la regista nel film, si sente indifesa di fronte al “potere” che la macchina cinema le dà e soffre per la complicazione affettiva che l’irruzione della crisi (cuore e polmoni) della madre Ada (Giulia Lazzarini, oh le regie Tv di Sandro Bolchi!) nel suo quotidiano già confuso le provoca fino al rischio di far passare in secondo piano l’istanza cine-diegetica. Sempre seguendo la regista (interessante non più di tanto la possibile identificazione del personaggio con l’autore stesso del film Mia madre), soffriamo con lei della separazione dall’uomo con cui ha avuto la figlia Livia (Beatrice Mancini, oh i volti di ragazze pescati da Moretti per i suoi diari!) e delle difficoltà di Livia nell’affrontare lo studio del latino, cioè l’analisi del discorso nel momento insostenibile che a tutti tocca oggi di vivere. L’unica persona che ancora sia capace e abbia voglia di insegnare la logica della lingua è Ada, professoressa ancora amata dagli ex alunni, ma Ada sta morendo. Giovanni è molto addolorato, la perdita della madre significa molte cose che egli ha dentro. Si vede. Si vede in certi momenti in cui l’attore (Moretti) sfonda il film e impone la propria faccia, spendendo il suo tesoro affettivo (altro che i tesoretti delle politiche tattiche!) a vantaggio della rinuncia al lavoro: l’ingegnere ha preso l’aspettativa e non intende rientrare in azienda: «Non ci ripenso». Nausea necessaria. Il cinema mentre la vita se ne va. Il tema è sottostante, per un esistenzialismo riemergente e come incancellabile, dopo tutto. Una certa necessità, non ancora chiarita, di lasciar trasparire dalla scansione delle sequenze il progetto indicativo situazionale resta il limite (il non-oltre) drammatico dell’arte di Moretti. Il rapporto cinema-vita è forte, tanto che i due termini si mettono in discussione, in una lotta all’ultimo sangue che non sopporta il genere. “Poi si vedrà”, usa dire l’autore.  [In concorso al Festival di Cannes 2015. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI].

Franco Pecori

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16 aprile 2015