La complessità del senso
18 10 2017

Le Idi di Marzo

The Ides of March
George Clooney, 2011
Fotografia Phedon Papamichael
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Jeffrey Wright, Max Minghella, Talia Akiva.
Venezia 2011, concorso.

Elezioni permanenti. In una società democratica ci si aspetta che i criteri di lealtà e integrità sui quali si deve basare la candidatura a governare siano in ogni momento rivisitabili e, se spenti, riaccendibili. Perciò, indipendentemente dalla combinazione da calendario, il tempo della riflessione politica è sempre attivo. Al quarto film da regista, Clooney rafforza e precisa il confine della ricerca, già decisamente tracciato nel 2005 con Good Night, and Good Luck. Qui la scena si sposta dal quadro dell’informazione e della gestione/controllo dei mezzi al focus specifico sulla combinazione ancor più problematica di due elementi fondamentali per lo sviluppo di una giustizia sociale: l’adeguata moralità della rappresentanza e la corrispondenza soggettiva di questa moralità nella vita del singolo esponente. Combinazione tanto più interessante se riguarda la persona di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Clooney fa ancora un passo in avanti, scegliendo la parte democratica, implicitamente considerandola più ragguardevole. «Non sono cristiano, non sono ateo, non sono ebreo, non sono musulmano. La mia religione? in cosa credo? Si chiama Costituzione degli Stati Uniti d’America». E’ la prima sequenza del film. Le primarie in Ohio. Stephen Myers (Gosling) prova il microfono per il discorso del candidato, il governatore della Pennsylvania Mike Morris (Clooney), di cui è l’addetto stampa. Si parte dai princìpi ufficiali e basilari, poi la faccenda si complicherà non poco. Ed ecco Morris sul palco: «Non sono cristiano, non sono ateo…». Già qui abbiamo una prima sensazione di qualcosa che non funziona, che non corrisponde alla verità più intima: la ripetizione di un discorso preparato da altri secondo criteri professionistici si frappone al contatto diretto con gli elettori. La regìa ha il merito di darci nettamente tale sensazione ed è su questa base che il film mostrerà poi i limiti, anche drammatici, della macchina elettorale, con le contraddizioni che, d’altra parte, ne costituiscono l’essenza tecnica. Vedremo il protagonista, Myers, lui che ci crede sinceramente, entrare in crisi quando si accorge di rivivere quasi i giorni della storica data dei coltelli al tempo di Cesare – e ora la faccenda è anche peggiore, in quanto somiglia nemmeno tanto alla realtà quanto piuttosto alla sua rappresentazione teatrale (Shakespeare e poi Farragut North di Beau Willimon). Si dirà: niente di così nuovo, dunque. Invece, la novità è nella chiave di lettura che Clooney dà della messa in scena. Certo che i singoli personaggi anche minori, affidati a grandi attori quali Hoffman (Paul, il capo di Stephen), Giamatti (l’uomo dell’avversario, omologo di Stephen), Tomei (Ida, la giornalista a caccia di scoop), portano con sé una dose non indifferente di malvagia ambiguità, capace di inquinare l’onestà degli intenti elettorali, ma ciò che conta in sostanza è la macchina, la legge perversa che ne governa il funzionamento. Per cui, gli onesti, se ve ne sono, restano in bilico tra la vita e la sopravvivenza, come già avveniva nel film del 2005, sempre in relazione alla possibiltà/volontà di continuare il discorso. Il resto conta tanto quanto non cambia di fatto la vita di chi “tutti i giorni si alza va al lavoro e torna a casa”. Altro che stagiste. La storia di Stephen con la stagista (Wood) – questo è un difetto del film – prende troppo spazio. Per il resto, si è pensato a Obama, ma il problema è più generale proprio perché più tecnicamente circoscritto. «Perennemente in guardia, soppesando ogni parola», la definizione del lavoro è di Tom/Giamatti, l’uomo dell’avversario. A favore o contro, perfino Obama diventa minore.

Franco Pecori

Print Friendly

16 dicembre 2011