La complessità del senso
18 10 2017

This Must Be the Place

This Must Be the Place
Paolo Sorrentino, 2011
Fotografia Luca Bigazzi
Sean Penn, Judd Hirsch, Eve Hewson, Kerry Condon, Joyce Van Patten, David Byrne, Olwen Fouéré, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Frances McDormand, Seth Adkins.
Cannes 2011, concorso.

Cheyenne, ebreo cinquantenne, è una ex rock star. Intronato e imbambolato dal suono degli anni ’80, che ormai non gli appartiene più ma che gli è rimasto nel cervello, conserva il trucco “gotico” sul volto imbiancandolo ogni giorno e colorando le labbra di rosso vivo, un velo di cipria sotto il rossetto per mantenerlo più a lungo. Soffia ogni tanto ai capelli che gli vanno sulla bocca e guarda intorno annoiato, a volte stupito dalla banalità quotidiana. Forse è un po’ depresso. Vive agiatamente a Dublino con la moglie Jane (Frances McDormand, America oggi, Fargo, Burn after reading) che lo ama ancora. «La mia vita va bene», sussurra lentissimamente con un filo di voce. Ha negli occhi l’orizzonte americano, spazi che non hanno più forme definite, tempi di un viaggio ancora da compiere. E un giorno Cheyenne, dopo 30 anni, ritorna a New York. Ha saputo che il padre se ne sta andando, vuole almeno per una volta parlare con lui, ma lo trova già morto e scopre un segreto: il genitore aveva sempre coltivato l’idea di rintracciare il nazista che lo aveva umiliato in campo di concentramento. Un soffio sui capelli e Cheyenne si mette in giro, stralunato impossibile detective alla ricerca di un uomo che magari non esiste già più. Trascina il suo trolley come si portasse dietro l’anima, il passo è lento e “riflessivo”, ubbidisce più alla propria maschera che ai propri pensieri, fissa ogni particolare scoprendolo per la prima volta, bambino al cospetto di una civiltà sconosciuta, forse regredita. E solo così, con l’aria stupefatta e quasi ironica d’un viaggiatore straniero e “innocente”, potrà infine trovarsi al cospetto del vecchio aguzzino di suo padre. Ma non sarà più una storia di famiglia, sarà la scintilla di un cortocircuito della storia che parla con le parole trasognate e lucide di una mania misteriosa, di un odio incomprensibile se non fuori da vecchi schemi troppo ristretti. L’uomo, ormai pelle e ossa come allora furono le sue vittime, fornisce la sua versione paranoica di quell’antico odio in un monologo impressionante di cui Aloise Lange si fa interprete inarrivabile: «Nel nazismo tutti volevano imitare gli altri, gli ebrei invece no». Il viaggio è finito. L’immagine del corpo nudo dell’odioso persecutore riscatta in un “riavvolgimento” fulmineo e in un nuovo sorriso malinconico, non più depresso, la memoria sconsolata di Cheyenne. I pezzi dell’America che il suo sguardo ha colto durante la ricerca “perduta” forse non potranno del tutto ricomporsi, ma ora sappiamo che la responsabilità di quella realtà “non risolta” non è certo da attribuire all’arte di Sorrentino, ché anzi ha il merito di farci ripensare all’America di Antonioni e al finale di Zabriskie Point (1970), dopo il quale nessuno più ha saputo nemmeno ricercare quei pezzi né ripercorrere quegli spazi. Non potremmo dire che l’immagine di uno specchio andato in frantumi sia frammentaria. Eccelsa, piuttosto, l’arte di Sean Penn, attore la cui intelligenza si è dimostrata qui almeno pari a quella del regista, non immemore della vetta raggiunta da Tony Servillo per il suo Andreotti (Il divo, 2008).

Franco Pecori

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14 ottobre 2011