La complessità del senso
21 09 2017

A Dangerous Method

A Dangerous Method
David Cronenberg, 2011
Fotografia Peter  Suschitzky
Viggo Mortensen, Keira Knightley, Michael Fassbender, Vincent Cassel, Sarah Gadon, André Hennicke, Katharina Palm, Andrea Magro, Arndt Schwering-Sohnrey, Mignon Remé, Mareike Carriere, Franziska Arndt, Wladimir Matuchin, André Dietz, Anna Thalbach, Sarah Marecek, Bjorn Geske, Jost Grix, Severin von Hönsbröch, Torsten Knippertz, Dirk S. Greis, Julia Mack, Aaron Keller.
Venezia 2011, concorso.

A proposito di metodi pericolosi, nel praticare la biografia di personaggi della cultura, filosofi, scienziati, artisti, si annida un pericolo di principio. La corrispondenza tra fatti ed essenze è difficilissima da cogliere e da rappresentare. Ciò è vero a partire dalla scrittura e ancor più complicata diviene l’impresa quando intervengono altri codici espressivi, per esempio nel cinema, linguaggio fortemente eterogeneo. Un film che mette a confronto tre personalità complesse, come quelle di Sigmund Freud, Carl Jung e Sabina Spielrein, considerati nel periodo 1904-1934, affronta difficoltà vertiginose, soprattutto sul piano dei contenuti. Non staremo qui a trattare di psicoanalisi in modo accademico ma, soltanto riguardo ai problemi della regia, pensiamo a quello che può essere il punto critico della rappresentazione: la psicoanalisi nasce a contrasto con gli stereotipi interpretativi circa i contenuti “interiori” della persona in rapporto alle azioni, è un pensiero rivoluzionario che prende forma nel contesto ancora bloccato di un mondo rigido, il cui sistema sta letteralmente esplodendo (le due guerre mondiali). La freudiana “cura delle parole” comporta l’abbandono di schemi preordinati a favore della pratica del discorso, cioè del divenire dialogico, produttore di catene disvelatrici di contenuti e di forme. Guai a pensare a possibili formulari per l’interpretazione dei sogni. Cronenberg è regista consapevole, si guarda intorno e si guarda dentro senza presunzione e con coraggio (CrashSpider, A History of Violence), ha senso dello spettacolo e della misura, i suoi racconti formano un corpo solido ma pieno di energia, sono utili alla prosecuzione. A Dangerous Method segna forse il culmine di tale coscienza, la pericolosità del metodo fonde in un unico rischio i personaggi e l’autore del film. Mentre racconta l’evolversi dei rapporti tra Freud (Mortensen), Jung (Fassbender) e Sabina (Knightley), il regista evita spiegazioni a tesi e didascalie bignamesche e affida invece alla bravura degli interpreti la produzione progressiva del senso, come in una “cura delle parole” in fieri, non rappresentata ma piuttosto implicita. Cronenberg ci chiama a partecipare criticamente alla composizione e scomposizione delle figure dei protagonisti in un gioco dialettico sul filo della drammaturgia, senza mai lasciar deflagrare il racconto in formali “sperimentazioni”. Un filo sottile e resistente di intelligenza artistica regge il miracoloso equilibrio della tensione intellettuale e della pulsione erotica, proprio secondo un criterio psicoanalitico che oggi può venirci riproposto in forme metodologiche nientemeno che in un film “classico”, un film che non si scompone in sottolineature ideologiche né in fughe espressioniste, ma si contiene nella propria dignità narrativa. Provate a cambiere i nomi dei protagonisti, non riuscirete ad avere il romanzetto romantico di una passione a tre.

Franco Pecori

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30 settembre 2011