La complessità del senso
18 10 2017

Lo sciacallo

film_losciacalloNightcrawler
Regia Dan Gilroy, 2014
Sceneggiatura Dan Gilroy
Fotografia Robert Elswit
Attori Jake Gyllenhaal, Bill Paxton, Rene Russo, Ann Cusack, Kevin Rahm, Riz Ahmed, Eric Lange, Anne McDaniels, Kathleen York, James Huang, Viviana Chavez, Dig Wayne, Carolyn Gilroy.

Anche il film di genere può funzionare da film di denuncia. L’aspetto più interessante e, da un certo punto di vista, preoccupante del primo lavoro da regista dell’americano Dan Gilroy (sceneggiatore di The Bourne Legacy, diretto dal fratello Tony, nel 2012, e di altri film di genere, come le commedie Una bionda sotto scorta di Dennis Hopper, 1994, o Rischio a due di D. J. Caruso, 2005) è la probabile impotenza della denuncia veicolata dalla forma del suo contenuto. Il protagonista Lou Bloom (il bravo Jake Gyllenhaal che almeno dal 2005 – I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee – attende legittimamente il massimo riconoscimento dell’Academy Awards) è ridotto, come purtroppo tanti nel mondo di oggi, a raccogliere/rubare ferro vecchio e rivenderlo per sopravvivere alla disoccupazione. Si tratta di un uomo ancora giovane, pieno di iniziativa e dalle notevoli capacità induttive. Lou legge molto e si informa seguendo la tv e cercando col computer tutte le notizie che possano contenere spunti per un’affermazione professionale. Vedremo anche come il suo carattere, la sua morale, siano di tipo “freddo”, portandolo a primeggiare fra i disperati della notizia di cronaca, folta pattuglia di reporter volanti con telecamera leggera, sempre pronti a catapultarsi sul posto dell’evento più o meno truce, per offrire merce fresca all’insaziabile voracità delle emittenti locali (siamo a Los Angeles). La possibile impotenza di cui sopra riguarda l’importanza non solo morale ma, prima ancora, scientifica di Lo sciacallo, thriller coraggioso e bello, che ci fa partecipi di un problema molto al di là dello spettacolo offertoci. Lo sciacallaggio della cronaca tendente al professionismo self-service, mentre avvicina e quasi mette a contatto diretto il “fatto” con il fruitore della notizia, dà anche l’impressione di un automatismo, di una “naturalità” del documento che può portare a un’illusione di immediatezza, tale da credere che sia davvero possibile cancellare la mediazione tecnica del procedimento: ripresa-taglio-montaggio. Oltretutto, il materiale video che viene consegnato “fresco-fresco” alla lavorazione in studio viene poi anche confezionato con un commento in diretta che ne orienta l’interpretazione, per cui il pubblico è portato a inquadrare la notizia secondo una prospettiva di attesa predeterminata in funzione delle aspettative locali. Il discorso è facilmente riconfigurabile su scala allargata. Ecco il punto. Qual’è il limite di consapevolezza al di là del quale la “denuncia” non farà più in tempo a essere percepita come tale, identificandosi i materiali tematici in un unico prodotto culturale, composito, dalle componenti autentiche non più rintracciabili? Il film di Dan Gilroy si presta poi a un discorso anche propriamente cinematografico, da inserire nel quadro più articolato – e attualissimo – della “leggerezza” del mezzo, caratteristica sempre più invasiva ormai, che sembra poter fare della realizzazione di un film un qualcosa di facile e quasi-spontaneo. E’ chiaro, vogliamo dire probabile in senso forte, che una volta raggiunto il limite del self-film globale e polverizzato, occorrerà comunque una ristrutturazione del senso e una riformulazione dell’estetica, insomma una riqualificazione della distanza della “realtà” (materiale profilmico) dal mezzo (cellulare o altro che sia). Ci sarà ancora un insegnante in grado di esporre tale problematica a una nuova generazione di alfabetizzati? Il motto dello sciacallo Lou, lui che la scuola se l’è fatta da solo, è: «Se vuoi vincere la lotteria, guadagnati i soldi per il biglietto». Il film dice anche che il prezzo di quel biglietto rischia di poter essere, una volta o l’altra, la vita di un altro come noi, che lavora al nostro fianco. E tuttavia, senza voler apparire oltremodo cinici, ci sembra che resti ancora più importante, cioè contenente, il problema di cui sopra: la coscienza del mezzo e la capacità di “lettura” del prodotto. E’ da qui che si potrà decidere, relativamente alle condizioni date, se e in che senso quel freelance è, o può, o deve, o non deve essere un po’ tutti noi. L’attrazione di un film come Lo sciacallo è indubbia, il regista riesce a tenerci incollati alla poltrona perfino nei passi “frequentativi”, di raccordo della narrazione. Apprezzabile anche il livello ellittico con cui è trattato il rapporto del reporter “nuovo”, che si fa da sé, con l’esperta producer che ne accoglie le proposte (Rene Russo), il loro “incontro” è utilizzabile come chiave di lettura situazionale senza che questo debba implicare la messa in scena diretta dell’accoppiamento. Infine, molto interessante anche il racconto alla Polizia che lo Sciacallo fa del proprio comportamento, in realtà illegale, relativo all’episodio del delitto ripreso in diretta. La legge non ha gli elementi per incriminare il reporter, pur “sapendo” che Lou è passato per una scorciatoia illegittima: quel che conta e resta è la versione aggiustata, un po’ come si è già fatto nel servizio televisivo. [Festival Internazionale del Film di Roma, 2014, linea Mondo Genere]

Franco Pecori

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13 novembre 2014