La complessità del senso
19 11 2017

Torneranno i prati

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Regia Ermanno Olmi, 2014
Sceneggiatura Ermanno Olmi
Fotografia Fabio Olmi
Attori Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti.

Il dolore è un sentimento sensoriale e metaforico insieme, “impossibile” da mostrare sullo schermo. Sul limitare della scommessa “dolorosa” si svolge gran parte della filmografia di Ermanno Olmi.  Ciò non vuol dire che il regista bergamasco (classe 1931) abbia mai usato (da Il tempo si è fermato 1959 a L’albero degli zoccoli 1978, da La leggenda del santo bevitore 1988 a Il mestiere delle armi 2000, a Centochiodi 2007) la chiave dell’ambiguità o dell’imprecisione o, meglio, che non abbia affrontato, cioè preso di petto, col coraggio dell’arte argomenti e temi specificamente umani, che riguardassero il destino dell’uomo, visto sia attraverso la storia sia negli aspetti della coscienza individuale. Dolore che non vuol dire semplice pessimismo, si tratta invece di una specie di realismo – ben al di là dell’equivoco dell’obiettività dell’obbiettivo – che utilizza il valore documentario come passe-partout verso la dimensione interiore tramite la quale possiamo entrare in contatto con il nostro essere persone storiche. Visto così, lo straziante omaggio, per il Centenario della Prima Guerra Mondiale, al tragico destino subìto dai molti, troppi combattenti nel 1917 sul fronte Nord-Est non si poteva risolvere in scene di scontri sanguinosi tra soldati nemici per la conquista di una montagna innevata o qualcosa del genere. La troupe di Olmi è andata a girare sui luoghi veri, l’Altopiano dei Sette Comuni (Asiago, Vicenza), la Località Dosso di Sopra Val Formica, la Cima Larici, le Località Sant’Antonio e Via Villa Rossi – Valgiardini, ma gli 80 minuti del film ci restituiscono, in una dimensione non direttamente traducibile, il sentimento racchiuso allora nella trincea scavata in tre metri di neve, le sensazioni “ultime”, momentanee, transitorie eppure “eterne” dei soldati e dei loro ufficiali (il Maggiore è Claudio Santamaria, il Capitano è Francesco Formichetti, il Tenente giovane è Alessandro Sperduti) davanti alla morte probabile, imminente, una morte dalle ragioni “alte” e astratte, il cui valore non è sbagliato portare a immagine particolare. E’ però un’immagine davvero emozionante realizzata con la fotografia e con i tempi del montaggio. Il trascorrere di una notte d’attesa, col nemico a giusta distanza di mortaio, col filo spinato che, si sa bene, non servirà a salvare le vite di quanti l’hanno inutilmente intrecciato. C’è la luna alta nel cielo livido, s’accende a tratti e cade la luce minacciosa dei razzi. E ci sono gli occhi, lo sguardo sperduto di uomini che pensano alla loro casa lontana, attendono la posta, prendono un tozzo di pane, uno (Andrea Di Maria) canta per tutti “Tu ca nun chiagne” e “Fenesta ca lucive”. E infine la pioggia di fuoco, le ferite dilanianti, la pietà per i morti, le parole del tenentino alla madre e a tutti noi. Il buio di un ricordo, la foto di un dolore valgono di più di un discorso sull’assurdità della guerra. Dopo cento anni, si resta attoniti, si prova pudore nel dover rivolgere lo sguardo al teatro bellico che tutt’oggi copre gran parte del panorama mondiale. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI].

Franco Pecori

 

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6 novembre 2014