La complessità del senso
22 11 2017

Zero Dark Thirty

Zero Dark Thirty
Regia Kathryn Bigelow, 2012
Sceneggiatura Mark Boal
Fotografia Greig Fraser
Attori Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark Strong, Kyle Chandler, Edgar Ramirez.
Film della Critica Designato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.

Nel groviglio arabo con la mente e con lo sguardo. Può sembrare  – e in fondo lo è – una banalità, ma non accade spesso al cinema che l’occhio della cinepresa e cioè dell’autore del film mantenga la giusta coesione tra inquadratura (visione) e ragione (coerenza strutturale). Quando il “miracolo” accade, abbiamo un film compatto e fedele a se stesso per i rapporti interni tra immagine e idea. Raccontare la ricerca e l’uccisione di Osama bin Laden (1 maggio 2011, fuso di Washington) non era cosa da poco, per la difficoltà di basarsi su fonti solide riguardanti una vicenda che dire misteriosa è sfiorare l’eufemismo e per l’insidia di venir catturati da un’attrazione meccanica verso il film di genere (spy drama). Ad apertura, con lo schermo ancora nero, l’ascolto dell’audio originale dei minuti convulsi vissuti dalle vittime dell’11 settembre 2001 fa ancora il suo effetto. Si stanno ascoltando documenti di fatti universalmente risaputi, a partire dai quali ci si aspetta quindi un passo avanti per il chiarimento definitivo della conclusione di una storia i cui contorni sono tuttora sfumati; e seconda cosa, siamo in un film e non ci accontenteremo di aride spiegazioni burocratiche per quanto dettagliate e autentiche, proprio perché sarà inevitabile il confronto emozionale con i materiali di repertorio. Kathryn Bigelow, con quell’inizio su schermo nero, dichiara la sfida a se stessa, regista già premiata nel 2010 con l’Oscar per il suo The Hurt Locker (2008). La sceneggiatura di  Zero Dark Thirty (un’ora qualsiasi nel buio della notte) è il frutto di sei anni di ricerche, Mark Boal – l’autore – si è basato per molta parte su racconti diretti delle persone che hanno partecipato a vario titolo alla missione particolarmente complessa. Il “contatto” con la sostanza anche umana del tema ha giovato al “personaggio CIA”, trattato alla pari di un vero coprotagonista drammatico e non solo in funzione descrittiva della macchina Intelligence. Essenziale, in tal senso, è la figura di Maya (Jessica Chastain), l’agente americana specializzata nella cattura di terroristi. La competenza ed esperienza nel ruolo delicato non sarebbe bastata al successo dell’operazione senza la componente femminile del personaggio, una donna capace di fare i conti con la propria personalità oltre che con tutto il contesto “lavorativo” in cui si trova immersa. L’equilibrio caratteriale e culturale di Maya giustificano il “realismo” con cui viene assorbita la fase del rifiuto istintivo della tortura – mezzo adoperato piuttosto usualmente nelle indagini, così si capisce da alcune scene “forti” – a vantaggio del perseguimento dell’ipotesi investigativa, tenuto conto dell’importanza del progetto. Il realismo necessitava però anche di un uso criteriato dell’intuizione, non semplice punto di partenza per decisioni gravi, ma strumento utile al dare corpo e chiarezza alle informazioni faticosamente assemblate attraverso una selezione progressiva. Durante il film, non breve (157 minuti) ma mai statico, incontriamo personaggi che ci mostrano un mondo intriso di ambiguità, dall’America al Pakistan, e solo attraverso la rete di ostacoli e di indizi possiamo avere la sensazione della difficoltà specifica dell’operazione. Maya vi spende tutta se stessa, fino a portare le forze speciali della Marina a concludere la missione nelle sequenze della cattura e dell’uccisione del terrorista – anche queste non prive di una carica emotiva proveniente dalle due parti, dei militari impegnati in un’azione sul filo del rischio massimo e delle “vittime” (Osama e famigliari), chiuse e disperate nel loro ultimo rifugio. Alla fine vediamo una donna letteralmente sfinita nell’identificazione totale col compito, tanto da non sapere rispondere al vuoto improvviso che s’impossessa di lei. C’è un aereo a disposizione di Maya, «Dove vuoi andare?» le chiedono: la risposta è difficile. Tale profondità prospettica è realizzata nel film senza didascalie psicologiche e senza indicazioni simboliche, bensì con un modo molto concreto di stare con i personaggi nei fatti; ed è il merito maggiore anche della fotografia, mai “spettacolare” e nemmeno “documentaria”: semplicemente narrativa quanto basta.

Franco Pecori

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7 febbraio 2013