La complessità del senso
18 11 2017

Hugo Cabret

Hugo
Martin Scorsese, 2011
Fotografia Robert Richardson
Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Chloe Grace Moretz, Ray Winstone, Emily Mortimer, Jude Law, Johnny Depp, Michael Pitt, Christopher Lee, Michael Stuhlbarg, Helen McCrory, Ben Addis, Richard Griffiths, Frances de la Tour, Angus Barnett, Gulliver McGrath, Emil Lager.

Il viaggio nella Luna di Georges Méliès andrebbe proiettato nelle sale insieme a questa storia di Hugo, se di genialità dell’immaginario si deve parlare a proposito del grande antagonista dei fratelli Lumière negli inizi del cinematografo. Il film di Scorsese è comunque una buona occasione per riattivare, possibilmente nei termini ormai corretti, la questione delle proprietà “obbiettive” del cinema e delle sue capacità di stimolare la fantasia. Il problema teorico resta sempre il medesimo: i contenuti dei film, quelli dei Lumière e quelli di Méliès, non corrispondono di per sé ai relativi referenti e la distanza dalla realtà oggettuale (non diciamo oggettiva) dipende dalla forma dell’espressione. Sia osservando il treno che arriva in stazione sia seguendo il proiettile verso la Luna, lo spettatore non può non mettere in moto un proprio funzionamento interno, di parole, discorsi e immagini che appartengono alla sua propria storia e alla storia più ampia del panorama culturale in cui egli si trova a vivere. Stabilito dunque che la “contraddizione” Treno-Luna è solo relativa e di comodo, entriamo nel mondo di Hugo. Scorsese ha fornito allo spettatore più avveduto elementi per una riorganizzazione dei materiali fantastici circa un aspetto della “nascita del cinema”; e nello stesso tempo – questo il merito maggiore del film – ha regalato al pubblico infantile un gioco stimolante per l’esercizio dell’immaginazione. Il budget del film è stato enorme – 170 milioni di dollari – e questo può essere un altro tema sottostante: il costo di una fantasia. Ma questo significa pure che, ovvietà basilare, il cinema non si fa da sé, non esiste in natura e quindi la fantasia si nutre di tecnica, insomma l’astrazione della metafora non prescinde dalla materialità realizzativa. Il bello sta, come sta qui in Hugo, nella fusione dei due fattori, tale da non potersi distinguere le due componenti del discorso: macchina da presa/moviola (3D ed effetti compresi) e schermo, non sono ritagliabili, formano un unico corpo discorsivo ri-conoscibile (Scorsese-Cinema). Facciamo il discorso sul cinema perché è lo stesso Scorsese a chiedercelo col suo film-cinema, dove Hugo e il venditore di giocattoli Georges (Ben Kingsley/Méliès) impersonano l’intuizione della fuga fantastica della nuova macchina delle immagini fotodinamiche montate da far rivivere (o recuperare) sempre, ogni volta come fosse la prima. E ogni volta siamo bambini, questo è bene se non significa disarmo critico della fantasia ma se invece indica insistenza non pregiudiziale della curiosità. In principio era la stazione. Lì, nel 1895, arrivava con stupore e paura degli spettatori il treno dei Lumière. E nella stazione di Parigi, nel 1931, il bambino Hugo Cabret (Asa Butterfield, Il bambino con il pigiama a righe, Tata Matilda e il grande botto)  vive nascosto e mantiene in funzione gli orologi. Lo ha salvato così dall’orfanotrofio, dopo la morte in guerra del padre (Jude Law), lo zio Claude (Ray Winstone). Un po’ “miserabile” Valjean, un po’ Rémy “senza famiglia”, Hugo si muove tra gli ingranaggi e occhieggia giù dall’altra parte della strada nella bottega di Papa Georges. Nella stazione e nei dintorni si muovono personaggi  di un’epoca trasognata senza morbide nostalgie e piena ancora di inestinta energia. Ci sono i baffi di Salvador Dalì, c’è la musica di Django Reinhardt, c’è il fantasma di Chaplin non solo nelle sembianze della fioraia Lisette (Emily Mortimer). Il bambino non lo sa, il suo problema è non perdere la memoria del padre e decifrare il segreto del taccuino nei cui disegni sta il funzionamento dell’automa progettato dal genitore, l’adorato padre che ad ogni compleanno lo portava al cinema e gli raccontava d’aver visto tanti film meravigliosi, in uno dei quali si vedeva un razzo partire dalla Terra e conficcarsi nell’occhio della Luna. Papa Georges non vorrebbe mai che qualcuno riportasse alla superficie il segreto del suo cinematografo, quel fantastico giocattolo che lo fece tanto divertire e al quale dové rinunciare a causa della guerra, quando il mondo non ebbe più tempo per i trucchi magici. Il vecchio conserva in sé il dolore di quella rinuncia e difende il suo segreto. Ma Hugo fa amicizia con Isabelle (Chloe Grace Moretz), proprio la figlioccia di Papa Georges. La bambina ama la lettura, è innamorata di David Copperfield, e insieme a Hugo si appassionerà anche al cinema – lui la porta perfino in una proiezione al festival del muto – e una volta in biblioteca, mentre leggono un volume sulla storia dei primi film, incontrano l’autore in persona, René Tabard (Michael Stuhlbarg). Gli faranno conoscere Méliès in persona! E l’inventore del film fantastico ritroverà la gioia del cinema: riconoscerebbe ovunque il rumore di un proiettore. Il massimo della cinefilia per un pubblico generalmente lontano dalle tematiche specialistiche e dalle raffinatezze storiche: Scorsese lancia alle più vaste platee la sfida di un cinema aggiornato sulle tecnologie attuali e sulle forme espressive più ricorrenti eppure non disattento alle essenziali questioni interne alla propria natura. Basato sul libro di Brian Selznick “The invention of Hugo Cabret”, il film esibisce e integra lo sviluppo immaginario del racconto attraverso l’arte scenografica di Dante Ferretti, il cui “disegno” interpreta con perfetto spirito l’intenzione inventiva del regista. Un film per ragazzi? Certo, l’avventura di Hugo ci fa conoscere un personaggio speciale. Vorremmo tutti avere la sensibilità e l’intelligenza di quel bambino.

Franco Pecori

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3 febbraio 2012