La complessità del senso
19 11 2017

The Iron Lady

The Iron Lady
Phyllida Lloyd, 2011
Fotografia Elliot Davis
Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman, Roger Allam, Susan Brown, Nick Dunning, Nicholas Farrell, Iain Glen, Richard E. Grant, Anthony Head, Michael Maloney, Alexandra Roach, Pip Torrens, Julian Wadham, Angus Wright, Clifford Rose, MIchael Cohrane, Jeremy Clyde, Michael Simkins, Eloise Webb.

Mamma mia, qual monumento! Più che a Margaret Thatcher, a Meryl Streep, l’attrice somma (chi deve ancora dire brava?) che dà (ridà) vita alla conservatrice Lady di Ferro, prima e unica donna ad aver abitato al numero 10 di Downing Street – e per ben tre mandati, dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990. Lasciando stare la storia del governo britannico, Phyllida Lloyd, già regista del successone Mamma mia! che fruttò alla Streep la candidatura al Golden Globe 2009, insiste nel puntare tutto sulla sostanza del personaggio, ne ricostruisce e ne riassetta l’intimità e ci dà un racconto per flash successivi che portano Margaret, figlia di un droghiere, fino al premierato politico negli anni, visti da oltremanica, di più profonda crisi dell’epoca contemporanea (prima dell’attualissimo rischio del sistema mondiale). E lasciando anche stare le diverse ragioni di contrasto tra le opposte rappresentanze parlamentari, opposte visioni che la Lady di Ferro riuscì per un buon periodo a convogliare in un’unica prospettiva “patriottica” facendo appello all’orgoglio della tradizione (basti pensare alla “guerra” delle Isole Falkland, 1982), il personaggio è rivissuto partendo dall’ottantenne signora che fa colazione nella casa in Chester Square, a Londra. Poi Margaret, con passo incerto e alternando momenti di smarrimento a fasi di riemergente decisionismo, si appresta a sistemare il guardaroba di Denis (Jim Broadbent), l’amato marito morto da alcuni anni. La figlia Carol (Olivia Colman) è sempre più preoccupata dagli evidenti segni dell’Alzheimer, il morbo che mescola passato e presente nella fantasia confusa della madre. Ma è proprio in quei segni che la regista trova la chiave, per così dire, della soluzione anche stilistica per il film, giocato nell’interscambio di memoria e linguaggio, sul filo di un programma interiore a cui Margaret/Meryl dà forma, nell’ostinata e progressiva attuazione di una puntualità conservativa che filtra e sistema in maniera ferrea i parametri del giudizio soggettivo verso la storia fino a tradurre gli eventi in parola e le parole in memoria. Rispetto a tale piano soggettivo, neppure i numerosi spunti referenziali con i relativi puntelli “documentari” (sedute del parlamento, disordini e proteste sociali, attentati dell’Ira ecc.) riescono a – e pare non vogliano – intaccare la stretta dialettica interna linguaggio/memoria, sistema chiuso e indispensabile alla comprensione del film. Inutile pure esercitarsi nella valutazione del “femminismo” thatcheriano, l’autorevolezza della premier derivando appunto da un recupero difficilmente attribuibile a scelte culturali esterne alla dinamica propria della persona/personaggio: una donna affermativa più che un’affermazione femminile. Un monumento che Phyllida Lloyd ha visto realizzarsi nell’arte della sua attrice preferita. Il film esce in Italia a ridosso dell’assegnazione degli Oscar 2012 e Meryl Streep figura giustamente nelle Nomination.
Oscar 2012, Meryl Streep atr.

Franco Pecori

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27 gennaio 2012