La complessità del senso
23 11 2017

The Artist

The Artist
Michel Hazanavicius, 2011
Fotografia Guillaume Schiffman
Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Missi Pyle, Beth Grant, Stuart Pankin, Bitsie Tulloch, Calvin Dean.
Cannes 2011, concorso: Jean Dujardin at. Oscar 2012: film, Michel Hazanavicius regia, Jean Dujardin attore.

Notevole esercizio di stile. Ma se c’è un modo inutile di vedere questo film “muto” del terzo millennio è di seguire la traccia delle citazioni “colte” che ci ricordano una storia del cinema nel passaggio dal muto al sonoro. Ciascuno se le ripassi da sé, seguendo e magari trapassando il lavoro del regista. Giustamente si può notare, sin dalla prima lettura del contenuto, che può trattarsi ancora di un film sul cinema: George Valentin (Dujardin), divo degli anni ’20, non regge all’impatto del sonoro, s’intestardisce a credere nel proprio successo senza suono né parola e arriva sull’orlo del suicidio, rischiando di perdere anche l’amore per Peppy Miller (Bejo), giovane e intraprendente attrice spuntata dal nulla, la quale però si tuffa con entusiasmo nel nuovo cinema. Inutile resistere all’avvento dei nuovi mezzi, si direbbe in sintesi, tuttavia massimo rispetto per l’arte del passato dalla quale possiamo sempre apprendere le cose essenziali: soprattutto la distanza che passa, da sempre e ancora oggi per forza di linguaggio, tra messa in scena e riprese, tra scelta dei materiali e loro combinazione in funzione del senso (che non è la somma dei significati). Da questo punto di vista, l’essenza del cinema non è cambiata, sono mutate le condizioni della realizzazione e ci si può divertire a ripercorrere, ri-praticandole, le tecniche di un secolo fa; e a verificarne così la nuova adeguatezza (o rinnovata inadeguatezza) verso il nostro mutato immaginario. Hazanavicius (Mes amis 1999, OSS 117, Le Caire nid d’espions 2005, OSS 117, Rio ne répond plus 2008, non visti in Italia) mostra di volersi attenere alla lettera dell’esperimento: fotografia in bianco/nero, immagini “mute”, schermo quadrato, didascalie sintetiche ed espressive, racconto semplice e coinvolgente di una storia d’amore sempre sull’orlo di realizzarsi e contrastata da impedimenti contestuali. Mentre traspare l’intenzione di trasmettere la forte nostagia per un modo di raccontare le passioni senza complicanze né travasi di genere – fu questa forse una delle ragioni principali della presa irresistibile di alcuni modelli figurali (Garbo, Valentino ecc.) sullo spettatore, arreso al trasferimento implicito dal mito schermico al comportamento personale nella vita quotidiana – resta in sospeso la domanda sul passaggio muto-sonoro, se possa/debba considerarsi oggi esemplare per un discorso sul valore evolutivo del linguaggio cinematografico, considerato nella sua complessità non più degradabile, neanche per convenzione analitica. Vedere un film così, oggi, è cosa molto diversa – ci si perdoni l’ovvietà – dall’approccio “diretto” a materiali storici, come per esempio Aurora di Murnau. Infatti usiamo le virgolette, qui come per il “muto” dell’inizio: in entrambi i casi non è bene fingere una naturalezza dello sguardo, o meglio della visione, come se il tempo si fosse fermato o si debba a un certo punto fermare. In positivo, la provocazione artistica di Hazanavicius potrebbe significare: ricominciamo a fare cinema! La prossima volta magari con un film “diretto” (ma sarebbe l’ennesimo) sul cinema “polp”. La novità della novità della novità della novità…

Franco Pecori

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9 dicembre 2011