La complessità del senso
19 12 2018

La morte di Tullio Kezich

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L’esperienza di Tullio Kezich, nato a Trieste il 17 settembre del 1928 e morto a Roma il 17 agosto 2009, si è divisa tra cinema, teatro e critica cinematografica su giornali e riviste.  L’esordio da giornalista avvenne il 2 agosto 1946, come recensore per l’emittente radiofonica Radio Trieste, con la quale collaborò fino agli inizi degli anni Cinquanta, occupandosi dal primo dopoguerra del Festival cinematografico di Venezia. Nel 1950 cominciò la collaborazione con la rivista Sipario, di cui divenne direttore dal 1971 al 1974. Nel corso della sua carriera Kezich ha collaborato con la Settimana Incom, con il settimanale Panorama, con i quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera. Raccolse poi le sue recensioni nei volumi “Il Millefilm” (Ed. Il Formichiere) e “Cento film” (Ed. Laterza). Nel cinema Kezich esordì direttamente come segretario di produzione nel 1949 per il film Cuori senza frontiere, di Luigi Zampa. Nel 1961 collaborò alla stesura de Il posto di Ermanno Olmi, e contribuì alla fondazione della casa di produzione cinematografica “22 dicembre”, che diresse artisticamente fino alla cessazione dell’attività nel 1965, producendo film quali I basilischi di Lina Wertmueller e L’età del ferro di Roberto Rossellini. Fu sceneggiatore in diversi film, tra cui La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, Leone d’Oro al Festival di Venezia. Per il teatro Kezich ha curato una cinquantina di spettacoli come autore traduttore e adattatore. Fece conoscere il teatro di Pirandello e Svevo. Tra i suoi lavori, La coscienza di Zeno di Svevo fece da base per le trasposizioni tv interpretate da Alberto Lionello. Nel 2008 è stata la volta de Il romanzo di Ferrara, omaggio a Giorgio Bassani. (Fonte Ansa)

 

Sergio Leone? Ha la pedalata lenta

Del Kezich critico cinematografico ci piace riprodurre qui la recensione di C’era una volta il West, tratta da “Il Millefilm”, in cui si dimostra quanto egli s’intendesse di western in particolare.

«C’era una volta il West: poi arrivò Bob Robertson e l’antico panorama cambiò di colpo. Accadde una domenica a Firenze, nell’autunno del ’64, quando Per un pugno di dollari incassò a sopresa una cifra che i tecnici definirono abnorme. Sono passati solo quattro anni: Sergio Leone, che da tempo ha ripreso il suo vero nome, è sempre il regista italiano di maggior prestigio commerciale. Puntuale all’appuntamento natalizio, ecco il suo quarto western, che forse sarà l’ultimo, perché da tempo l’autore ha maturato altre ambizioni. Il buono, il brutto e il cattivo sono stavolta Charles Bronson, Jason Robards e Henry Fonda. Ogni traccia di dolcezza è scomparsa dal volto del mite sceriffo di John Ford: tutto vestito di nero, l’eroe di Sfida infernale comincia massacrando un’intera famiglia, bambini compresi, e prosegue in maniera altrettanto efferata. Naturalmente, c’è un vendicatore pronto a fare giustizia, ma chi sarà e perché? Accanto a un forte senso dell’immagine e un gusto aggressivo dell’effetto sonoro e musicale, Sergio Leone ha il difetto di avere la pedalata lenta. Nel tempo che lui ci mette a fare i titoli, un western dell’epoca d’oro sarebbe già a metà dell’avventura. Eppure, nonostante le tre ore di proiezione, molti nessi sfuggono, le ellissi risultano acrobatiche e le motivazioni dei personaggi appaiono evidenti solo riferendosi ai loro cliché. La ricostruzione ambientale, in Spagna rigenerata da rapide iniezioni di Monument Valley (Utah-Arizona), non aggiunge verità ai pistoleri che si perseguitano nella fosca vicenda. L’elemento nuovo del film è costituito, se mai, da una donna finalmente promossa da pretesto a personaggio: e Claudia Cardinale ha sguardi e atteggiamenti adeguati all’ambigua parte dell’ex prostituta che vuol sopravvivere a ogni costo. Ma che lungo viaggio, quanto zoccolare di cavalli e sferragliare di treni, per arrivare alla sparatoria finale, con una rivelazione sproporzionata rispetto all’attesa; e quanti finali, l’uno dopo l’altro, prima di veder spuntare i titoli di coda». (1969)

 

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17 agosto 2009