La complessità del senso
21 11 2018

Estate Romana, Napoléon all’Arco di Costantino

 

 

Sabato 22 settembre 2007 ore 20 

Chiusura in grande stile, si festeggia il trentennale

 

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Sullo schermo di 33 metri appositamente allestito a ridosso dell’Arco di Costantino,
al Colosseo, proiezione del capolavoro di Abel Gance, Napoléon (1927),
nella versione restaurata da Francis Ford Coppola.

Ai piedi delle immagini, le musiche composte da Carmine Coppola, padre del regista, eseguite dal vivo dall’Orchestra di Roma e del Lazio diretta da Michael Zearott,
e la musica per organo solista eseguita da David James.

L’evento, voluto dall’Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma, Silvio Di Francia, in collaborazione con le Banche Tesoriere del Comune di Roma e Cinecittà Holding, e organizzato da Amit (direzione artistica di Francesca Matrunola) e Armilla, sugella il trentennale dell’Estate, anche nel ricordo dello straordinario successo già avuto nel 1981, con la prima proiezione romana del colossal muto.

 

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 La vita di Napoleone Bonaparte (1769-1821) dall’inverno del 1781 quando, dodicenne, frequenta il collegio militare di Brienne sino all’inizio della campagna d’Italia quando, ormai generale, nell’aprile 1796 guida nella battaglia di Montezemolo (Cuneo) quella che sarebbe diventata la grande Armée. Nel megalomane progetto di Gance (1889-1981) doveva essere la 1a delle 6 parti di un gigantesco affresco napoleonico sino a Waterloo e Sant’Elena. Frutto di 14 mesi di riprese e di 450000 metri di pellicola impressionata (circa 40 ore), il film ebbe la sua anteprima pubblica il 7-4-1927 all’Opéra di Parigi dove fu proiettata, però, una copia dimezzata rispetto all’edizione originale di 12000 m, circa 7 ore di proiezione a 24 fotogrammi al secondo. (Nel muto, però, i film erano proiettati a velocità variabile: 16 o 18 o 20 fotogrammi al secondo.)

La più visionaria tra le opere di un cineasta visionario, Napoléon è caratterizzato da molte innovazioni espressive e tecniche. La più celebre è il sistema Polyvision che consiste nell’uso di 3 schermi affiancati, come si sarebbe fatto 25 anni dopo col Cinerama. Gance la impiegò in 3 sequenze, poi ridotte a quella finale della partenza per la campagna d’Italia. Inventò e impiegò anche diversi dispositivi per mettere la cinepresa in movimento (a dorso di cavallo, in ceste oscillanti nell’aria, ecc.), ricorse a sovraimpressioni multiple, allo split-screen, ottenuto artigianalmente, all’uso soggettivo della cinepresa.

Pur nella loro enfatica magniloquenza che sfiora persino l’ingenuità, non sono poche le sequenze memorabili tra cui la tempesta durante il viaggio dalla Corsica alla Francia, l’assedio e la presa di Tolone, il discorso del generale alla Convenzione, l’arrivo dell’esercito francese in Italia. Oltre a Dieudonné, austero protagonista dallo sguardo d’aquila, spiccano le interpretazioni di Artaud (Marat), G. Manès (Giuseppina), Annabella Charpentier (l’innamorata infelice).

Non esisteva una “edizione originale” di Napoléon. Qualcuno ne ha contate 19. La 13a cioè la 1a versione sonorizzata Napoléon Bonaparte vu et entendu par Abel Gance (1935) fu curata dallo stesso regista, comprende scene nuove girate nel 1934, con nuovi attori, e circolò, almeno in Francia, per una ventina d’anni; ne esiste un’altra del 1971 Napoléon et la revolution anch’essa supervisionata da Gance. La partitura originale, scritta da Arthur Honegger per l’anteprima all’Opéra, risultava perduta, ma è stata recuperata negli anni ’80. Consiste in 7 brani per altrettanti episodi, più un 8? (“Danse des enfants”), tratto da Honegger da una sua pantomima musicale giovanile. Negli anni ’70 l’inglese Kevin Bronlow approntò 2 versioni successive del film di 290 e di 313 minuti con una partitura musicale di Carl Davis. Su quelle 2 versioni si è basato Francis F. Coppola per le proiezioni al City Music Hall nel 1981, con la musica del padre Carmine. In televisione il film passa generalmente in un’edizione di 110 minuti.

Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli.
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Napoléon (vu par Abel Gance, precisa il titolo) è a suo modo un fatto unico nella storia del cinema. Gance aveva cominciato prestissimo (1909, come attore e sceneggiatore; 1911 come regista). J’accuse (1919) e La roue (1921) erano stati, tra i molti film girati, i successi maggiori. Lo si era paragonato a Griffith e a Stroheim. Lo si era ammirato e vilipeso in egual misura, per il vigore espressivo che sovente sconfinava nella magniloquenza, per l’arditezza delle soluzioni visive che non di rado apparivano compiaciute e deliranti.

“Napoleone” scrisse “è Prometeo. Non è questione di morale né di politica ma di arte. È un essere le cui braccia non sono abbastanza grandi per stringere una cosa più grande di lui: la rivoluzione. Napoleone è un parossismo nella sua epoca, la quale è un parossismo nella storia. E il cinema è , per me, il parossismo della vita.”

Con queste idee, Gance ricostruì sei episodi della vita del corso, inserendoli (tranne il primo) in una puntigliosa narrazione delle vicende della Rivoluzione: l’infanzia e la scuola a Brienne; la fuga dalla Corsica e la traversata nella tempesta per raggiungere la Francia; l’assedio di Tolone; il Terrore, gli incarichi ricevuti e rifiutati, la sommossa dei realisti a Parigi il 12 vendemmiale; il “ballo delle vittime” e le nozze con Giuseppina: l’inizio della campagna d’Italia.

Napoléon ha realmente una sua grandezza. Gli eccessi sono compensati da una severa tensione morale. Quando Napoleone, nell’episodio corso, fugge su una barca che ha per vela il tricolore ed è sorpreso dalla tempesta, Gance non esita a istituire un parallelo con la “tempesta” che scoppia alla Convenzione, alternando (attraverso una serie di immagini di tumulti e di marosi) i due episodi e fondendoli nei punti di maggiore violenza con lunghe sovraimpressioni. L’ ingenuità della similitudine, e la stessa rozzezza del procedimento tecnico, trovano una giustificazione nel ritmo esagitato del montaggio. Così, nell’assedio di Tolone, quando il 17 dicembre del 1793 Napoleone trascina le truppe all’assalto del forte dell’Aiguillette, nel fango e sotto la pioggia sferzante: la prevalenza dei toni cupi, i neri tagliati da improvvise lame di luce, l’affanno disordinato dei carrelli sui soldati che avanzano, danno alla battaglia un aspetto di irreale frenesia, come si trattasse della materializzazione di astratte idee e non della descrizione di un evento bellico.

Gance non ha occhi per la storia. Il suo Napoleone-Prometeo è un personaggio mitico, che vive nella dimensione “monumentale” dell’immagine cinematografica: la storia pubblica e l’esistenza privata sono entrambe trasfigurate in una allegoria eroico-patriottica che travolge e annulla anche il rischio del ridicolo (dopo una inquadratura del letto nunziale, immerso in una sfumata luce bianca, la didascalia informa: “Due notti di delirio. E sogni di gloria”). Sicché il grandioso sviluppo dell’episodio finale (le truppe dell’armata d’Italia ad Albenga, quegli straordinari campi lunghi dall’alto delle rocce, i movimenti corali della partenza, i carrelli che precedono i soldati in marcia fra la polvere, la sconfinata pianura che il condottiero osserva da Montezemolo) riassume con limpida coerenza – persino nelle enfatiche sovrimpressioni di Giuseppina, del mappamondo, delle battaglie e dell’aquila – l’intera concezione dell’opera. Gance ormai si e sostituito al suo personaggio. Nel film, “parossismo della vita”, campeggia il vero Prometeo, che è l’autore.

Fernaldo Di Giammatteo, 100 film da salvare, Mondadori, 1978.
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19 settembre 2007