Marilyn, un secolo
Seven Year Itch, Billy Wilder, 1955
Norma Jeane Mortenson, Los Angeles, 1º giugno 1926. La nascita, un secolo fa. Poi, un terzo di secolo e via, 4 agosto 1962. Quasi tutto era cambiato. Quasi niente. Aveva 23 anni quando fu fatto Riso amaro – Giuseppe De Santis lanciava Silvana Magano, coscia bianca nella risaia. Norma Jeane aveva avuto una particina in un film della Twentieth Century-Fox, Scudda Hoo! Scudda Hay!: ragazza di campagna in technicolor, piccola di fronte alle due star, June Haver e Leon McCallister. Ci metterà un po’ a diventare la bionda che gli uomini “preferiscono” e a surclassare Jane Russell, gambe più lunghe ma più dura, più difficile da digerire – e non era bionda.
La campagna tuttavia resterà un ambiente di Marilyn, della Monroe in quanto figura del mito americano, mito che senza il West, le fattorie e i saloons resterebbe dimezzato. Prima che nella giungla della metropoli (l’Asfalto del ’50), fu nel Colorado la sua avventura, con Dan Daley e Anne Baxter (A Ticket to Tomahawk, ossia La figlia dello sceriffo). E poi, nel ’54, parte da un incontro lungo il fiume vicino a una fattoria, due passi dal Canada, il focoso e tenero dramma della Magnifica preda. Ormai la Monroe è la Monroe da un bel pezzo. Nel film di Preminger è al fianco di Robert Mitchum ed ha già avuto per compagni di set Groucho Marx, Louis Calhern, George Sanders, Mickey Rooney, Dick Powell, Robert Ryan, David Wayne, Richard Widmark, Cary Grant, Charles Laughton, Joseph L. Mankiewciz, John Sturges, Fritz Lang, Howard Hawke, Henry Hathaway. Ciò per dire che Marilyn Monroe è mito del cinema e vuol essere raccontata col cinema, con tutto l’apparato che il cinema mette in mostra specialmente negli anni della favola di Marilyn.
Boschi e pascoli anche nel pieno della sua carriera di star. Non è forse un giovane cowboy venuto dal Montana il Don Murray di Bus Stop, pronto con il lazo a portarsi via la sua Chérie, prima che cada nelle braccia di Laurence Olivier, principe innamorato della ballerina, e dopo averla sottratta a Tom Ewell, marito stravolto dalla vicina candida e trasgressiva mentre la moglie è in vacanza? E perfino l’ultimo film, Gli spostati, del 1961, un po’ letterario e un po’ falso per via della sceneggiatura di Arthur Miller, è un racconto di campagna. Amaro e acido, drammatico e melanconico, non avrebbe senso se si tagliasse quel finale col cavallo restituito alla sua libertà.
Roslyn (Marilyn), la sua tenerezza, la sua sopravvivenza al destino irriguardoso, si giocano tra la ritualità del rodeo e la rude filosofia del cowboy dallo sguardo lontano (Clark Gable). Qui pare che all’allegra finzione delle maschere e del travestimento non sia più concesso di regnare, meccanismi di un sogno astratto e dimostrativo. Se a qualcuno piaceva caldo, ora è finito il tempo degli scambi e delle finzioni a catena. Il giocattolo, ch’era bellissimo, si rompe. Restano i prati per quell’ultimo cavallo selvaggio. Prati falsi e letterari, certo. Ma falsi a tavolino. Nel film, come in ogni western che si rispetti, prati anche veri e non troppo disponibili all’estensione simbolica. ‘Reali’, quasi come le risaie dell’autore italiano.
Norman Jean Baker sogna fin da bambina di diventare una grande diva del cinema. Questo guardare allo schermo come a un traguardo favoloso, è la condizione non solo premonitrice ma necessaria per il realizzarsi della gloria hollywoodiana di Marilyn e per il compiersi di quel destino obbiettivo della macchina dei sogni, in riferimento al quale Edgar Morin ebbe a scrivere che la Monroe fu “non solo l’ultima delle stelle del passato ma la prima stella senza star-system”. Una stella senza il suo cielo.
Il corpo di Marilyn resta sempre naturale. Anche quando in qualche modo acquista una tecnica specialistica, presso l’Actors Studio di Lee Strasberg, e si libera con angosciata frenesia del basket di Di Maggio (sposato nel ’54) per il miraggio dell’intelligenza (Miller), il peso specifico della Monroe è sempre quello di una “colombella d’oro”, come scrisse Pasolini. Colombella con una “grande disponibilità erotica”.
La storia più futile diventa inquietante, il sorriso più amichevole mette in crisi qualsiasi duro. O intellettuale. Questa è Marilyn. Che sia poi morta, il 4 agosto 1962, secondo un copione che responsabilizza i sociologi e surriscalda i sadici di qualsiasi provenienza, è un fatto che non va caricato di metafore ulteriori, oggi, con tutto il tempo che abbiamo avuto per evitare il revival e per combattere i torcicolli ideologici. Restiamo alla sostanza. Se un mito del cinema muore, non resta che ristampare le copie dei vecchi film, finché qualcuno le compra e le proietta. Uscire dal mito-cinema è pericoloso e occorre saperlo. “Vi supplico, fatemi parlare”, scrisse Marilyn in certi suoi versi che ora sono in un libro stampato in italiano (Lato Side Edizioni) insieme a quelli di Pasolini. Ma la colombella non può parlare. Ci sono i film, che si possono ancora vedere. E basta.
Marilyn Monroe. Quando qualcuno le disse che starsene sotto il lenzuolo con lei era desiderio di milioni di persone, sentì un brivido per la schiena. Sullo schermo non era possibile.

Marilyn Diptych silkscreen painting
Andy Warhol, 1962
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da Marilyn: anima e corpo, realtà e sogno, Franco Pecori, Paese Sera 1 agosto 1982, ora in: Senso di bellezza, Iter Edizioni, Subiaco (Roma), 2020
1 Giugno 2026